vairagya gardens_05

Ok, potrà sembrare un po’ strano, ma con questo articolo vorrei riprendere un tema aperto all’inizio di questo blog, nell’ormai lontano 2014. In quell’occasione si parlò molto di sukha, ossia il termine sanscrito per ‘piacere’, e di duhkha, ossia quello per ‘dolore’: le due parole che danno il titolo del blog stesso. Per inciso, duhkha si legge [dukka], e tutto insieme suona qualcosa come [sukadukka], termine composito che nel contesto dello yoga descrive la condizione in cui tutti noi ci troviamo nella nostra ‘vita normale’. Che uno sia un principe o un mendicante, la sua esperienza del mondo non potrà che essere una miscela indissolubile di momenti, esperienze ed elementi piacevoli, e altri momenti, esperienze e aspetti dolorosi. Passi per il piacere, ma il dolore a questi antichi saggi non andava proprio giù, e quindi hanno inventato lo yoga con l’intento di superare questa condizione.

Questo blog vorrebbe infatti essere un luogo dove si parla anche di yoga… Si parlerà spesso di altro, oltre, intorno, contro allo yoga, ma vorrei riservarmi dei momenti in cui parlare proprio di yoga, ossia dell’essenza filosofica e psicologica di questa pratica. Ogni tanto, vorrei osare addirittura scomodare qualche terribile termine sanscrito, giusto per assaggiare in punta di lingua quella riflessione millenaria sull’essere che gli yogi hanno sviluppato nel corso della tradizione indiana. So bene che con questa mossa perderò già il 90% dei potenziali lettori, ma sapete che c’è? Pazienza. Sopravviverò.

Del resto, sento di essere stato molto timido in questi anni, di essermi fatto un sacco di problemi. E se c’è una cosa che ho capito in queste ultime vacanze, è che questo è il mio spazio personale. Anzi, che se ho uno spazio personale in tutto l’universo, è questo. E che qui ci scrivo quello che mi pare e piace, e che gli articoli saranno lunghi quanto mi va, senza censure di nessun tipo, e che chi ha voglia di leggere, legga, chi non ha voglia, fatti suoi.

In effetti, questo spazio è personale in diversi sensi, cioè non solo perché è ‘mio’, ma anche perché ciò che vi scrivo non è altro che una riflessione personale, rivolta a riordinarmi le idee. Quindi non aspettatevi nulla di compiuto, preciso, pulito, editorializzato; ma piuttosto una buona dose di spontaneità e approssimazione. Inoltre è personale nel senso che – vorrei che questo fosse ben chiaro – ovunque si tratti di concetti, principi, vocaboli e tecniche che fanno parte della tradizione dello yoga, questi sono chiamati in causa quali spunti di riflessione, e non rispecchiano necessariamente l’opinione di chi scrive.

Cominciamo quindi, proprio con questo articolo, a mettere in campo uno degli strumenti che lo yoga propone per superare l’intrinseca miseria della condizione umana: vairagya [vairaghia]. Uhh, che orrore… Suona come una cinghiata sulla schiena, unghie che rigano un piatto. Non promette nulla di buono, ma aspettate di sapere cosa significa per rabbrividire sul serio! Vairagya significa… ‘indifferenza’, ‘mancanza di interesse o di passione’, letteralmente: ‘scolorire’. Secondo i criteri moderni, chi si pone nell’atteggiamento del vairagya sarebbe quindi un depresso cronico. Eppure questa idea vanta una lunga storia, e non solo indiana. Nella filosofia occidentale compare in forma compiuta nel 300 a.C. all’interno della scuola stoica, dove viene chiamata atarassia.

Ricordo che quando al liceo si parlò di atarassia mi cascarono le palle sotto la sedia, e con un certo frastuono. Non sopportavo la scuola stoica; molto meglio quella epicurea, pensavo, che invita ad abbandonandosi al pieno godimento dei sensi! Molto più tardi, ho scoperto lo yoga che in qualche modo sintetizza queste due visioni (apparentemente?) opposte.

Vairagya compare quasi all’inizio degli Yoga Sutra di Patanjali (da qui in poi, il nostro principale testo di riferimento), e precisamente nella strofa 11 dove si dice:

abhyasa vairagyabhyiam tan nirodha

Ossia: Queste (cioè le citta vritti: le configurazioni della mente) sono arrestate (inibite, controllate) da vairagya e abhyasa.

Ora queste famose citta vritti sono un concetto non facilissimo, ma che chiunque voglia addentrarsi nella filosofia dello yoga deve quantomeno provare a capire.

Dobbiamo immaginarci che la mente, citta [cìtta], nella concezione degli antichi rishi (i sacerdoti-veggenti-asceti-filosofi che hanno sviluppato lo yoga e l’induismo) è una specie di sostanza. Nella fattispecie, una sostanza malleabile, come il pongo diciamo, che può assumere forme diverse: un cubo, un cuore, un omino… si può quindi configurare, cioè trasformarsi e al tempo stesso rimanere sempre la stessa. Più che pongo in realtà, io mi immagino citta come un oceano. Un oceano può essere piatto come una lastra di vetro, se non ci sono vento o correnti. Ma non appena dell’energia comincia a scorrere si formano increspature, si sollevano onde, vi si possono distinguere dei vortici. Quindi un’onda e un vortice sono realtà concrete e distinguibili, ma al tempo stesso effimere e illusorie, poiché la sostanza che ci mostra queste forme rimane sempre la stessa in quanto acqua. La metafora acquatica mi sembra adatta a rendere l’idea di citta vritti anche per una altro motivo. Provate a visualizzare una superficie marina increspata da piccole onde, quando c’è un vento leggero. Se osserviamo attentamente questa immagine, noteremo che ogni ondicella è leggermente diversa dalle altre. Guardando la scena nel suo complesso, però, avremo l’impressione di un tutto ordinato, di uno schema che si ripete. Questa è proprio la forza del temine vritti, che io ho tradotto con ‘configurazione’ perché come sappiamo la mente è in grado di elaborare immagini molto complesse, ma letteralmente significa tracciato, motivo, greca, ricamo, pattern. C’è quindi nel termine vritti sia l’idea di uno schema regolare e ripetitivo, che quella di una elevata complessità, che può arrivare a manifestarsi come un groviglio caotico. Proprio questo caos interiore, e non qualcosa di oggettivamente ‘doloroso’ nel mondo esterno di cui facciamo esperienza, è secondo gli yogi all’origine del nostro duhkha. E qui viene il bello. Dobbiamo cercare infatti di capire, ora, quella che è l’intuizione fondamentale dello yoga e della filosofia indiana in senso lato, e cioè che l’esperienza che ognuno di noi fa del mondo, buona o cattiva che sia, non è mai un’esperienza diretta, ma è sempre e solo una percezione soggettiva di contenuti interni alla nostra mente. Questi contenuti non sono altro che proiezioni dei nostri sensi, quindi informazioni indirette e potenzialmente distorte; mentre l’oggetto in sé – cioè qualunque realtà si suppone esista indipendentemente e al di fuori di noi – resta inaccessibile, e la sua stessa esistenza è indimostrabile.

Che ha a che fare questo con il piacere e con il dolore? Molto, perché se tutta la nostra esperienza del mondo non è che un film proiettato sullo schermo della nostra mente, e inoltre gli oggetti che la mente ci presenta come concreti e inalterabili, hanno in realtà la consistenza effimera delle onde del mare, allora forse qualcosa si può fare!

Il quadro non è ancora completo però. Fin qui infatti, abbiamo visto che tutti gli oggetti che noi crediamo esistere concretamente nella realtà esterna, sono in realtà proiezioni interne alla nostra mente, ma perché questi oggetti dovrebbero essere la causa del nostro dolore? In realtà, non lo sono. Le citta vritti, di per sé, sono forme neutre: pensieri, percezioni dei sensi, ricordi, sogni, immagini di fantasia, non sono diversi dai dati archiviati nella memoria di un computer. Provate ora a riguardare le foto che ho inserito nei primi articoli del blog: di certo ognuno di noi ha reazioni emotive molto diverse di fronte all’immagine di una spiaggia tropicale, piuttosto che a quella di un villaggio devastato da uno tsunami. Ma il computer sul quale ho archiviato le mie foto, cosa ne pensa? NULLA. Per il mio pc ovviamente sono solo pixel luminosi, e non ha alcun criterio interno per preferire un’immagine a un’altra. L’altra cosa importante che gli yogi compresero (3000 anni fa!) è che anche la nostra mente funziona così: i suoi contenuti, oltre che illusori, sono in sé stessi privi di qualunque carica emotiva o ‘sensazione’, e dunque incapaci di farci del male. Quello che ci fa soffrire, è la nostra inclinazione ad associare i contenuti mentali a stati di benessere o di malessere, che sono di per sé separati e indipendenti da tali contenuti. Tramite un processo di associazione ripetuta e costante, che parte dalla primissima infanzia o anche prima, sviluppiamo quindi un’irresistibile attrazione (raga vritti) per alcune cose e un’avversione (dvesha vritti) per altre. Tutto ciò avviene ovviamente a livello inconscio, e il risultato finale è l’identificazione dell’oggetto con lo stato emotivo che lo accompagna. Al livello dell’identificazione, l’oggetto è così saldamente fuso con la sua carica emotiva, da evocare in noi quello stato di piacere o dolore istantaneamente, inevitabilmente e permanentemente.

Tutto ciò mi ricorda molto Arancia Meccanica. Il protagonista della storia, Alex, ama infatti la violenza. Ciò che crea disgusto e ripudio nella maggioranza delle persone, lo eccita: dimostrando che le dinamiche dell’attrazione sono sempre soggettive. In seguito al suo arresto, viene poi ‘ricondizionato’, con una discutibile tecnica terapeutica che consiste nell’associare scene violente a stati di malessere indotto chimicamente. Il sistema funziona fin troppo bene: per errore, le scene violente sono accompagnate dalla musica di Beethoven, di cui Alex è appassionato cultore, e anche questa diventa per lui insopportabile.

Come per gli scienziati del racconto, anche per gli yogi nulla è irreversibile. Nel nostro caso però, la terapia non consiste nell’associare forzatamente stati positivi a realtà edificanti e vice-versa, ma a nel coltivare uno stato di neutralità verso la realtà oggettuale nel suo complesso. Potremmo quindi tradurre vairagya con dissociazione.  Grazie alla capacità di focalizzazione che lo yogi sviluppa con la sua pratica (abhyasa), impara a cogliere come e quando il processo associativo si verifica. Nella meditazione, il suo passato riemerge ripresentandogli, ad esempio, esperienze traumatiche da cui una certa dinamica associativa ha avuto inizio. Egli può quindi sciogliere i nodi della sua mente e prendere le distanze da ciò che lo ha a lungo turbato. Questo processo, porterà nel tempo lo yogi a uno stato di pacificazione (prashanta vahita), in cui potrà contemplare indisturbato la propria vera natura.

Ora, penso che ognuno di noi veda da sé il senso e l’utilità di questo approccio. È probabile però che a qualcuno sorga anche un dubbio: dove porta alla lunga tutto ciò? Va bene che chi impara questa tecnica sarà riuscito a eliminare il dolore dalla propria vita, ma non c’è il rischio di ‘buttare il bambino con l’acqua sporca’? eliminando insieme al male anche ciò che da senso, pienezza, felicità. Di fronte a questa proposta di vita si ha, in generale, il senso di una certa freddezza, come entrando in certe case dove non si vede un granello di polvere, ma mancano anche l’odore e il sapore della vita che scorre. Una volta una mia studentessa mi chiese: ma chi è molto avanzato nello yoga prova ancora delle emozioni?

Da quel giorno, me lo sono chiesto anch’io, e credo proprio ci sia bisogno di affrontare questo problema nel prossimo articolo.

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2 Comments

 

  1. 14 gennaio 2016  13:34 by cinziafigus@gmail.com

    Comunque caro Gabriele, per rispondere alla domanda che ti fai alla fine del testo, penso che la pratica yogica (ma anche prassi di altro tipo aiutano ugualmente), consentano di capire, riconoscere e accettare i propri stati di coscienza e emotivi, tanto da non venirne più travolti e sconvolti. Non è che non senti più, è che non ti identifichi più con pensieri ed emozioni. Ma cosa te lo dico a fare? Chi meglio di te lo può insegnare? ;-)

  2. VKM Admin
    14 gennaio 2016  15:56 by VKM Admin

    Non so se qualcuno meglio di me lo possa insegnare. Io ho solo un sacco di dubbi....Mi pare che che il buon senso ti dia ragione. D'altra parte lo yoga 'duro e puro' invita a scelte molto più drastiche. Il confine fra questi approcci allo yoga non è però molto ben definito, esistono mille interpretazioni discordanti e vedo molte persone perse in questa confusione.

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