Peach&Coco

Krishnamacharya, il leggendario capostipite del Vinyasa Krama Yoga, era noto per la sua inflessibilità. Qualcuno afferma che non abbia mai detto ‘bravo’ a un suo studente, neanche una sola volta. Non so se questa sia un’esagerazione, e non ho avuto la fortuna di conoscere il grande maestro in vita per cogliere di persona le sfumature del suo carattere. L’insegnante da cui ho imparato il Vinyasa Krama però, S. Ramaswami, fu studente di Krishnamacharya per trent’anni, e nel corso del nostro teacher training ce ne parlava spesso. Un giorno, a questo proposito, disse di lui che era “come una noce di cocco: dura scorza fuori, infinita dolcezza dentro…”.

Questa immagine mi ha subito colpito, forse perché molti insegnanti di yoga che mi è capitato di incontrare, mi hanno dato la sensazione di essere piuttosto come delle pesche: dolci e succose fuori, nascondono un seme velenoso*.

Prima come studente e poi come insegnante, sono ormai da quasi 12 anni nell’ambiente dello yoga. Mentre continuo a credere che qualcosa, nell’essenza di questa pratica, racchiuda infinite potenzialità conoscitive e migliorative per l’uomo, di alcuni aspetti del ‘mondo dello yoga’ non ne posso davvero più. Voglio cominciare questo 2016 con lo sbarazzarmi di tutto ciò che nel tempo mi è venuto a noia del mio lavoro e suoi annessi e connessi. Primo fra tutti, o forse sintesi di tutto, la dilagante ipocrisia. In un ambiente tutto rivolto alla ricerca della verità, incontrare una persona vera è cosa rarissima. Quando mi trovo in un assembramento di persone che si ritengono seriamente dedite e competenti nello yoga – tipo un grande evento collettivo, o il workshop di un maestro famoso – percepisco regolarmente una sorta di irritante buonismo, come se tutto ciò che emana da uno yogi debba essere positività, accoglienza, accettazione incondizionata, benevolenza e amore. Naturalmente, non ritengo che ci sia nulla di sbagliato nei suddetti principi, ma che sia davvero ridicolo e non costruttivo quando la cosa è forzata e innaturale, vuota apparenza se non strategia manipolatoria. Del resto, la verità vien presto alla luce. Puntualmente, ho visto tutte le persone che mi si sono presentate come creature angeliche dal cuore aperto esplodere in crisi isteriche, e diventare in un istante belve rabbiose se non violente. È evidente che ognuno di noi ospita dentro di sé una carica di aggressività, che come tutto ciò che esiste, ha un buon motivo per esistere. Se ci poniamo verso questa difficile realtà con uno spirito di accettazione e conoscenza, troverà un suo spazio sano e costruttivo nella nostra identità. Se invece ci ostiniamo a negarla, inizierà ad accumularsi e ad ardere, finché ci troveremo avvolti in una cortina di melassa che nasconde le braci di un rancore infinito.

Con questo, non voglio certo dire che si debba per forza essere duri, severi o antipatici. Anche queste possono essere vuote prese di posizione, atteggiamenti artefatti o imitatori, e anche in questo senso gli esempi abbondano. Se ho aperto questo articolo chiamando in causa il grande padre, non è certo per proporre l’ennesimo modello identitario a cui aderire incondizionatamente. Personalmente, non me ne frega niente di Krishnamacharya, se non per quanto di pratico ci è arrivato da lui, e come esempio di qualcuno che a quanto ne so non tendeva a emulare o accondiscendere. Non penso nemmeno che essere autentici significhi esporre chiunque a qualunque proprio stato d’animo. Se ho litigato con la mia compagna o ho un parente in ospedale, naturalmente sarò turbato, ma conosco anche principi di buon senso e professionalità che mi invitano a proteggere chi si rivolge a me dalle mie vicende personali. Al tempo stesso, se qualcuno viene nel mio studio e si comporta in modo prepotente o arrogante giocando sulla pretesa che come insegnante di yoga dovrei sempre dire di sì per non turbare la pace universale, presto scoprirà quanto si sbaglia.

Di certo, queste pretese trovano radici nella tradizione dello yoga, che contempla fra i suoi principi fondanti il concetto di ahimsa, ossia la non-violenza resa celebre dall’opera di Gandhi. Ma anche questo concetto rivoluzionario, una vera conquista dell’umanità al pari del fuoco o della ruota, può essere stravolto e reso vacuo portandolo all’estremo. È evidente che sono un caso strano, un’anomalia, un eretico, perché credo che l’adesione incondizionata a un unico principio, anche nobile e suggestivo come ahimsa, sia una forma di ingenuità, frutto di una visione parziale delle cose, e non porti in fin dei conti a nulla di buono.

Ciò a cui cerco di ispirare la mia crescita personale, con grande fatica, errori, ripensamenti continui e momenti di forte malessere, è invece un’aspirazione all’autenticità. Ed è questo che, poveri loro, cerco di proporre anche ai miei studenti di yoga. Me ne dispiaccio, spesso li compiango. Vorrei, lo giuro, vorrei avere una ricetta semplice, piuttosto che proporre il traguardo più scomodo e sfuggente che si possa immaginare. È facile dire: non uccidere. Abbiamo stabilito una regola che vale per tutti e per ogni caso possibile, e fino a un certo punto, va bene così. Meglio infondo ‘non uccidere’, che ‘uccidi quando ti pare’! Ma non posso pensare che un vero agire morale possa essere basato su categorie così nette, righe tracciate col righello: di qui sta il bene, di là il male. Il concetto di autenticità, analogamente a quello di equilibrio, è invece al tempo stesso intuitivamente evidente, ma indefinibile a priori. Ci chiama in causa personalmente, in un lavoro di riaggiustamento continuo; ci richiede di metterci in gioco del tutto, senza certezze preconfezionate, senza che si possa mai dire di avere raggiunto l’obiettivo e aver consolidato una personalità autentica una volta per tutte. Ogni giorno, ogni incontro, è una nuova sfida, o un nuovo seme, i cui frutti non sono noti. L’autenticità è al tempo stesso un principio soggettivo e relazionale, cioè un certo modo di guardarsi dentro, inscindibile da un certo modo di rivolgersi all’altro. Non sempre facilita e distende i rapporti nell’immediato, e non rifiuta anzi un confronto acceso e a volte doloroso. L’autenticità è ciò che si dissolve negli opposti estremi del buonismo come missione salvifica e come strumento di marketing.

*Pare che i semi di pesca contengano una modestissima quantità di cianuro. Di fatto ben al di sotto della soglia di pericolosità. Se ne sconsiglia comunque il consumo…

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