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Io amo i vestiti. Amo moltissimo i vestiti. Andare a fare shopping. Poter decidere se mostrarmi elegante, sportivo, trasandato, cool, trendy, serio, clownesco… e trasmettere questi miei modi di essere e di sentire al mondo, ogni giorno, tramite la scelta del mio abbigliamento. Non auspico un ritorno allo stato di natura, e non credo che nella nudità ci sia qualcosa di moralmente superiore al vestirsi.

Anche i popoli tribali che hanno vissuto isolati nella foresta amazzonica per 10 mila anni, amano i vestiti. Dopo pochi mesi dal primo contatto con la civiltà, cominciano a ‘vergognarsi’ se circolano nudi.

Ma l’evoluzione non è un processo lineare. Spesso andare avanti significa tornare indietro. Non a caso lo yoga è descritto come un ‘ritorno a sé stessi’. La condizione primigenia, originaria della nostra esistenza, a cui aspira lo yogi, non può che essere uno stato che va totalmente al di là di tutto ciò che definisce la nostra identità personale.

Va al di la di tutto ciò che ci definisce come esseri umani.

E infine, oltre a ciò che ci definisce come animali.

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Partiamo da un presupposto di base: lo yoga, tutto lo yoga, è un lavoro sulla sessualità. Il sesso è l’esuberante protagonista del romanzo dello yoga, ma spesso finisce per essere il convitato di pietra.

Per andare più nello specifico, questo lavoro (un vero e proprio lavoro, doloroso e difficile, che spesso dobbiamo costringerci a fare come mettendoci un giogo – significato letterale di ‘yoga’) è composto di due parti: l’Hatha Yoga, ossia l’eccitazione e il risveglio (tramite stimolazione meccanica della regione genitale interna) dell’energia sessuale o Kundalini; e il Raja Yoga, ossia la canalizzazione e sublimazione di questa energia tramite la meditazione – la pacificazione dei flussi della mente – per far sì che la sua natura estatica si manifesti nelle sfere psichiche più elevate, e che la nostra coscienza si identifichi interamente con essa.

Due osservazioni:

Uno. È vero che lo yoga è principalmente noto per le inusuali posizioni assunte da chi lo pratica; ma queste, tutte queste, nell’ottica di chi le ha elaborate hanno l’unica funzione di indurre Kundalini a diffondersi ed espandersi in tutto il corpo. Infatti questa energia, una volta risvegliata nella regione genitale interna o Muladhara Chakra, diventerebbe presto insostenibile se restasse intrappolata tutta lì, rendendo il suo risveglio inutile se non distruttivo.

Due. È vero che l’energia psichica chiamata Kundalini, Prana Shakti o con molti altri nomi non è necessariamente di per sé una realtà sessuale. Detto in altri termini, come sosteneva Jung contro Freud, è vero che la libido è un’entità cosmica che va ben al di là della funzione riproduttiva.

È anche vero però, come sosteneva Freud contro Jung, che per noi poveri esseri mortali questa realtà cosmica è così strettamente associata, così profondamente incarnata nella sfera della sessualità, da risultare ad ogni finalità pratica un tutt’uno con essa.

Ossia, nel più grande dei paradossi di cui è costellato lo yoga: proprio per arrivare a sganciare la nostra natura essenziale dalla schiavitù della funzione riproduttiva (che ci ossessiona e permea il nostro inconscio) dobbiamo passare sotto le forche caudine del sesso, abbandonandoci e identificandoci interamente con esso, sviscerandone ogni risvolto e guardandolo spietatamente in faccia oltre ogni tabù e inibizione.

Nelle parole dell’Hathayoga Pradipika, dobbiamo afferrare il serpente velenoso per la coda.

Lo stesso stile sfacciato di questi antichi trattati, è indicativo:

I quattro Veda (…) e i diciotto Purana (…) [i testi più sacri della spiritualità indiana] sono delle puttane,

Shambhavi Mudra [una tecnica yogica] è una vergine di nobile stirpe.

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Di fatto, questo verso significa semplicemente: la lettura di un testo, per quanto sacro, è facile ma non produrrà alcun cambiamento sostanziale; confrontarsi con il proprio corpo richiede invece qualità rare e grande impegno, ma offrirà benefici reali.

Ma al di là del senso, quello che conta è proprio il linguaggio. Volutamente offensivo e blasfemo, rappresenta un monito: questa roba non è per educande, se sei troppo pudico/a e sensibile, FERMATI QUI.

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Al contrario, al giorno d’oggi migliaia di persone vengono quotidianamente irretite in un sistema di pratiche ed esperienze di cui sanno pochissimo, sulla base di false premesse: salute, pace interiore, ringiovanimento… Non che queste cose siano assenti ma, nel quadro complessivo dello yoga, sono mere conseguenze di una presa di coscienza sulla natura dell’energia sessuale. Pur nel candore delle intenzioni, schivare questa scomoda verità rappresenta un inganno bello e buono. A parte il rendere il compito impegnativo a cui si chiama lo studente uno spreco di energie, la gravità di questa omissione consiste nel fatto che impedisce alle persone di scegliere liberamente, consensualmente se entrare in un certo tipo di discorso oppure no.

Si parla molto del fatto che lo yoga sia oggi ‘modernizzato’, ‘occidentalizzato’, ossia tradito nella sua essenza e ispirazione originaria. Ma questo tradimento non consiste nell’infedeltà alla tradizione, o nell’essere così devoti e bigotti da irrigidirla. Consiste nel fatto che venga spacciato come cura universale un rimedio che non è per tutti.

Infatti, non tutti devono necessariamente sentirsela di affrontare il mistero della sessualità a petto nudo. Ci possono essere mille motivi per non sentirsela: emotivi, razionali, etici, pratici, religiosi… E va bene così. L’importante è non illudersi di poter prendere l’eroina come rimedio per il mal di gola senza incorrere in conseguenze.

Qualcuno starà di certo pensando che non c’è alcun bisogno spingere il discorso a termini così radicali. In fondo ci sono milioni di persone che oggi praticano yoga e ne traggono grande giovamento, senza avere la minima idea di questi risvolti critici. Che male può fare un po’ di stretching muscolare abbinato a qualche tecnica di meditazione, che disciplina la mente liberandoci dallo stress? Lo fanno anche i bambini, nelle scuole. Oramai lo yoga viene consigliato da medici, fisioterapisti e psicologi, i custodi della nostra salute.

Dopo vent’anni di studio di filosofie e pratiche orientali e dieci anni di insegnamento, ritengo che questa sia una pia illusione. Questi custodi ignorano il principio attivo del farmaco che stanno prescrivendo, brancolano nel buio e si limitano a scaricare ad altri un problema che non sanno risolvere. Un percorso evolutivo che inizi carico di un nocciolo di ipocrisia, non potrà che deteriorarsi nel tempo a scapito dei migliori propositi.

L’esperienza accumulata negli anni mi costringe ad ammettere che ai benefici iniziali, seguono troppo spesso disastri finali.

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La casistica è articolata.

Nel migliore dei casi, potremmo dire che non succede nulla.

Privato del suo nucleo rovente, lo yoga è ridotto a oggetto scenico, fragoroso e innocuo come una pistola scacciacani. Un po’ come andare per anni in psicoanalisi, e impiegare le sedute parlando di ricette di cucina.

Ma è raro che non succeda proprio nulla.

Per prima cosa, esiste un aspetto puramente fisico. È oggi convinzione diffusa che lo stretching faccia bene, ma questo non è necessariamente vero. Uno stretching ripetuto negli anni senza coscienza dei flussi energetici che attraversano il corpo (cioè la capacità di sentire gli schemi di attivazione del sistema nervoso e da dove partono) infligge a un corpo rigido microlesioni muscolari continue, e a un corpo flessibile instabilità articolare. Al principio, questi effetti secondari non si notano; il processo produce soprattutto dei cambiamenti positivi, contrastando abitudini posturali nefaste e sedentarietà.

Col tempo, però, il corpo del praticante ipo-flessibile comincerà a sciogliersi, e quello del praticante iper-flessibile a rinforzarsi. Questo è apparentemente un risultato auspicabile, ed è proprio l’obiettivo degli esercizi proposti. Peccato che queste migliorate condizioni porteranno il praticante a rendere gli allungamenti estremi dello yoga molto più intensi e profondi.

Tipicamente, a quel punto l’insegnante gli/le proporrà posizioni sempre più avanzate, guidato solo dalla gratificazione del proprio ego e di quello dello studente, in quello che è percepito da entrambi come un compito creativo, artistico, che punta a rendere il corpo sempre più efficiente e armonioso. Purtroppo, nell’ombra, il logoramento muscolare e articolare proseguirà a ritmo crescente, parallelamente al miglioramento esteriore, fino a raggiungere un punto di rottura.

Per questo motivo, esistono da tempo immemorabile nello yoga delle azioni chiamate bandha (vincolo) che consistono in un raffinato controllo della muscolatura pelvica e addominale, ma soprattutto dell’area genitale. Queste azioni non si limitano ad offrire supporto strutturale, hanno effetti neurologici complessi, ma concreti e chiaramente percepibili da chi le conosce. Tramite la pratica e la meditazione sui bandha, le figure esteriori delle posizioni yogiche divengono una conseguenza spontanea del processo di esplorazione profonda del corpo. L’intelligenza biologica dei bandha elargisce realmente i benefici promessi, senza arrecare alcun danno e anzi, riparando le precedenti cicatrici.

Nella letteratura tecnica classica, i bandha non sono un elemento qualunque dello yoga, sono lo yoga stesso!

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Ma che ne è, oggi, dei bandha? La loro esistenza viene spesso interamente taciuta, o al meglio accennata con riferimenti vaghi e trasversali che non fanno che confondere il praticante.

Perché?

In generale, perché gli insegnanti stessi ignorano questo elemento, che di certo non viene spiegato in un corso di certificazione di 200 ore di Yoga Alliance.

Coltivare i bandha significa darsi il permesso di sprofondare in una vera ossessione genitale, per certi versi straziante in quanto il nostro io superiore la giudica una regressione infantile, una distrazione da obiettivi più nobili e pratici. È una condizione temporanea, ma inaggirabile.

Vista la scabrosità del tema, anche i pochi che lo conoscono non sono disposti ad affrontarlo pubblicamente, perché li imbarazza, e presumono allontanerebbe molti dei loro studenti.

Così ci si limita a indicazioni approssimative se non completamente scorrette.

Quante volte ho letto o ascoltato insegnanti suggerire che per attivare Mula Bandha occorre stringere l’ano… Assurdo! Stringere l’ano è proprio il contrario di ciò che vorremmo fare!

Io stesso, devo dirlo, nelle classi di yoga ‘velato’ do solo indicazioni di massima sui bandha, senza entrare troppo nello specifico.

Questo per diverse valide ragioni.

In primo luogo, lo studente medio non ha la minima cognizione della struttura anatomica dei propri genitali interni e della muscolatura profonda del corpo in generale. Non è certo possibile introdurlo alla pratica mostrandogli delle tavole di anatomia!

Del resto, come si è detto, un corpo a digiuno di yoga non correrà rischi eccessivi anche se pratica le asana senza alcuna coscienza dei bandha, perché la sua gamma di movimento è comunque molto limitata.

Ciò che è importante in questa fase, è invece guidare la sua attenzione verso la regione genitale, pelvica, e la muscolatura profonda e posteriore dell’addome. Senza entrare in dettagli che, in assenza di una chiara percezione interna del corpo, si tradurrebbero solo in stress e frustrazione.

Col tempo, però, mano a mano che migliorano il respiro, la sensibilità, la concentrazione, e lo schema esteriore dell’asana comincia a imprimersi nel corpo, il sistema didattico dovrebbe cambiare sostanzialmente.

Invece che proporre posizioni sempre più difficili e improbabili acrobazie, lo studente dovrebbe essere invitato a fare il contrario: moderare il proprio interesse per l’asana e dedicarsi quasi interamente a coltivare le azioni interne, per percepire le energie sottili che si muovono al di sotto della ordinaria soglia di coscienza.

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A questo punto, le cose si complicano. Perché se fin dall’inizio lo studente non è stato preparato alla centralità dell’elemento sessuale nello yoga, sollevare un discorso incentrato su peni e di vagine creerà con tutta probabilità un’atmosfera di disagio e imbarazzo. Lo studente metterà in dubbio le reali intenzioni dell’insegnante, compromettendo la propria fiducia.

Ai tempi di Svatmarama, l’autore del Pradipika, i contenuti di cui stiamo parlando erano considerati esoterici. Erano cioè rivelati per trasmissione diretta maestro-discepolo, che veniva in questo modo iniziato privatamente alle tecniche più segrete e controverse.

Questo approccio, ancora impiegato in determinati contesti, è a mio parere fuori dal tempo, superfluo e piuttosto rischioso. Il moltiplicarsi delle denunce per molestie sessuali ai danni dei più famosi maestri (specialmente indiani) ha ormai reso nota la natura di tali insegnamenti segreti. stop1È evidente poi che la sensibilità occidentale mal recepisce questo metodo, sentendosi violata nell’intimità proprio da chi era venerato come un santo. E dove l’iniziazione va a buon fine, stringendo un patto di complicità fra le parti, resta lo sgradevole sospetto di manipolazione e raggiro.

Se mai sono esistite ragioni culturali o politiche per relegare la trasmissione di tecniche e contenuti sessuali legati allo yoga nell’oscurità di un sacro mistero, oggi non sussistono più.

Viviamo nell’epoca del porno gratuito su internet. Le statistiche sull’uso massiccio di siti come youporn, redtube, pornhub (giusto per darvi un po’ di scelta…) indipendentemente da età, genere e ceto sociale, ci illuminano sull’interesse pervasivo dell’uomo per ogni aspetto e forma di sessualità. Le stesse tecniche esoteriche di cui stiamo parlando sono ormai divulgate su Amazon e YouTube. Ovunque, praticamente, tranne che nelle classi di yoga!

Detto questo, esiste in effetti un altro valido motivo per non rivelare le tecniche di attivazione dei bandha indiscriminatamente a chiunque si presenti a un corso di yoga: sono molto potenti.

Praticandole correttamente, il risveglio della forza vitale-sessuale – da molti ancora considerato un mito – non è solo possibile ma altamente probabile.

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KaliQuesta forza sconvolgente, opportunamente raffigurata nell’iconografia indiana tramite l’immagine di Kali, richiede una disposizione psicologica favorevole per essere accolta da chi l’ha evocata.

La dea nera e mostruosa, che incarna il volto terrifico della femminilità, brandisce una sciabola in una mano, e le teste mozzate delle sue vittime nell’altra. Ricordo un tempio di Delhi a lei dedicato, in cui la sua statua è attorniata da corpi acefali, dalle cui arterie aperte zampillano getti di sangue che si riversano direttamente nella sua gola.

Perché tanta brutalità?

Kali, che altro non è se non la shakti stessa, la forza cosmica da cui continuamente sprigiona ed evolve la vita, richiede a chi vuole conoscerla di rinunciare al proprio Ego (la testa).

Bisogna cioè mettere da parte i propri pensieri superiori, l’astrazione, il ragionamento, il giudizio – in cui si radicano le convenzioni morali che ci portano a considerare, fra l’altro, la nudità oscena e sconveniente – per consentire alla coscienza di espandersi fino a lambire la propria sorgente.

L’espansione della coscienza è una contrazione. È la riduzione della nostra consapevolezza a una realtà molto essenziale, che sta al di là di tutto e soprassiede a tutto. Non c’è posto, in questo luogo, per i vestiti.

Patanjali, definendo lo yoga in apertura degli Yoga Darshana, ci dice che consiste nell’estinzione dei pensieri. In questo modo, prosegue, l’Io potrà riposare nella sua vera natura (la beatitudine).

I vestiti, sono pensieri. Al di là della loro funzione pratica di proteggerci dal freddo e altri agenti esterni, i vestiti non sono che pensieri.

Ma a chi è disposto a mettere da parte il proprio Ego – il ‘vestito’ dell’anima, la trama di tutti i discorsi che abbiamo tessuto intorno alla nuda coscienza per proteggerla da un mondo ostile – Kali si mostra nella sua forma di madre premurosa e beatifica.

Prendendoci per mano, ci guida in un viaggio nell’abisso della nostra coscienza. È un viaggio a ritroso nella nostra storia evolutiva, che corrisponde fisicamente all’attivazione di strati sempre più interni (e quindi antichi) del cervello.

Al di sotto di tutto, si trova la zona detta ipotalamo. Cioè la radice o il bulbo di tutto il sistema.

L’ipotalamo, strutturalmente identico al cervello dei rettili, è il vero e proprio processore centrale del cervello, ossia Brain01la stazione di coordinamento di tutto ciò che accade in tutto il corpo e nel resto del cervello. Se è vero che proviamo emozioni e stati d’animo in altre aree dell’encefalo, è a causa di un ‘comando’ dell’ipotalamo che quelle aree si attivano.

Questa è ormai una nozione comune, spesso ribadita in articoli di divulgazione scientifica.

Ciò che si dice meno è che esiste una regione del corpo che ha un rapporto del tutto speciale e diretto con l’ipotalamo: gli organi genitali.

Tutti gli stadi dell’eccitazione sessuale, dal desiderio al climax, prevedono precise risposte dell’ipotalamo che attivandosi, regola l’attività del resto del cervello, armonizzandola.

I lobi frontali, sede del pensiero astratto ma anche causa di ipercriticità e apatia, vengono depotenziati. La corteccia insulare e l’amigdala, a cui sono associati vergogna e disgusto, vengono fortemente inibiti. Il nucleo paraventricolare dell’ipotalamo sprigiona fiumi di ossitocina.

Questa è l’euforia.

In uno slancio di audacia linguistica, affermerei che la parola Samadhi, la meta suprema dello yoga, si potrebbe tradurre letteralmente col greco εὐφορία: andare verso il bene.

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La vita urbana non è fatta per la nudità. La moltitudine di sconosciuti rende la promiscuità chiassosa, intollerabile. Anche un bonobo si vestirebbe se dovesse prendere la metropolitana.

Ma non è questo il punto. Il punto è l’essere in grado di raggiungere una certa soglia (neanche troppo ardita, si tratta pur sempre e solo di un inizio, di una precondizione) di purezza mentale, in un ambiente protetto.

Chi non si fa bambino, non entrerà nel regno dei cieli… Chi ha visto dei bambini giocare nudi sulla spiaggia, sa che non si fanno il minimo problema e anzi amano molto stare così. Sono convinto che quella gioiosità, quell’euforia, quella presenza nell’istante che invidiamo tanto ai bambini, non sia dovuta a una supposta assenza di stress e responsabilità (la vita del bambino è anzi molto difficile), ma proprio a questa assenza di filtri.

E pensate a San Francesco, e al momento cruciale nella sua biografia in cui si spoglia dei panni borghesi per diventare sé stesso

Ogni tradizione spirituale originaria è basata sulla conoscenza esoterica dell’energia sessuale. Al dispetto della sessuofobia moderna, il Cristianesimo è intriso di nudità. Lo erano i dipinti in tutte le cattedrali, che verranno censurati dopo lo scisma luterano dalle foglie di fico della Controriforma. Lo è il rituale della messa in cui l’ostia e il vino sono ovviamente simboli dello sperma e del mestruo, consumati e quindi riuniti nel supremo gesto tantrico e misterico.

Pare che lo stesso appellativo di Gesù ‘Nazareno’ non abbia nulla a che fare con la cittadina di Nazareth, ma sia invece dovuto alla sua appartenenza alla setta dei Naziroi, un movimento ascetico radicale in voga a quell’epoca. L’essere Nazireo prevedeva l’adesione a certi voti, fra cui non tagliarsi e lisciarsi mai i capelli (questo è il motivo per cui i Rastafariani portano i dreadlocks) e praticare la nudità pubblica. I Naziroi non dovevano quindi essere troppo diversi dai Naga Sadhu dell’India.

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Chi conosce i Naga Sadhu, saprà per altro che non sono propriamente dei libertini. Il loro girovagare nudi è associato a una negazione radicale del sesso. La loro pratica più rappresentativa, il linga kriya, consiste nell’avvolgere a più mandate il pene flaccido attorno a un bastone, per poi invitare i compagni a salirci sopra e sollevarli di peso. In questo modo, si dice, distruggerebbero il ‘nervo del pene’ impedendo erezioni involontarie…

Come conciliare questa immagine inquietante coi numerosi affreschi che ritraggono Shiva o il Buddha all’apice della Mahituna01meditazione, avvolti nell’abbraccio carnale di una danzatrice del cielo?

Per superare questa apparente contraddizione dobbiamo comprendere che da sempre, nell’ambito della spiritualità indiana (così come altrove), ascetismo ed erotismo sono considerate entrambe valide strade verso la liberazione. Negazione e accettazione integrale non sono che due soluzioni per ‘risolvere’ la sessualità, liberando l’anima dal pantano del conflitto riproduttivo che genera l’ego, il possesso, la violenza e l’ignoranza.

Il tormento, dunque, è stare nel mezzo. Attratto ma al tempo stesso respinto, sempre indeciso sul da farsi, se cedere oppure resistere, soggetto alla tentazione ma timoroso delle conseguenze, l’Io è eternamente bloccato nella sua conoscenza della radice della vita.

Non che questo sia un grave problema. Altro non è che la condizione dell’uomo comune, in cui passa la propria esistenza la grandissima maggioranza delle persone. È il samsaara. Chi vi dimora potrà condurre la più normale delle vite, con tutte le soddisfazioni e i grattacapi del gestire figli, famiglia, carriera e proprietà. Non sarà mai però davvero rilassato, realizzato, risolto, neanche dopo diecimila anni di meditazione. Rimarrà sempre un senso di incompletezza, di avere lasciato qualcosa in sospeso, e che ogni successo mondano perda di senso nel momento stesso in cui lo si ottiene.

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Dove collocarsi in questo sistema, è una questione di scelta personale.

Di certo il celibato apre la coscienza a esperienze molto intense e rivelatrici. È come cancellare mille problemi con un solo colpo di spugna, dandosi finalmente la possibilità di interessarsi ad altro. D’altro canto, ho il sospetto che dove mille problemi si chiudono, diecimila se ne aprano. L’energia sessuale, che da sola è riuscita a sostenere la vita per miliardi di anni, plasmandola in milioni di forme animali e vegetali, attraverso glaciazioni e desertificazioni, è invincibile.

Sul fronte opposto, che significa poi questa ‘accettazione totale’ del sesso, in pratica? Vuol dire scopare con chi ci pare? Organizzare grandi orge dove chiunque possa dare corpo ai propri sogni più arditi?

La risposta a questa domanda non può essere superficiale.

Negli anni ‘60 sono sorte in tutto il mondo comuni dove era (teoricamente) abolito ogni vincolo monogamico e tabù sessuale. Ma questa rivoluzione sessuale, pur avendo portato a profondi cambiamenti sociali, non ha retto alla prova del tempo.

D’altra parte questa rivoluzione sessuale, pur non avendo retto alla prova del tempo, ha portato a profondi cambiamenti sociali… che tuttora perdurano e operano ben oltre la nostra capacità di comprenderli.

La risposta non è un pensiero, una convinzione morale o ideologica, una determinata esperienza o una battaglia politica.

La risposta è un processo.

Un processo che comincia nel momento in cui ci si apre a una certa realtà, lasciando emergere con radicale onestà le proprie vulnerabilità, le proprie fantasie, i propri desideri e i propri conflitti.

Perché questo processo sia edificante, per il soggetto e per la società, alla sua base deve però stare un atto di volontà specifico. Una presa di coscienza che consegue all’essere stati bene informati, in modo da poter dare lucidamente il proprio assenso.

Ecco, io ritengo che la partecipazione a una classe di Naked Yoga rappresenti l’espressione implicita di questo ‘consenso informato’, con tutta una cascata di conseguenze difficili da descrivere, che ho modestamente cercato di riassumere in questo articolo…

La persona che invece si avvicini allo yoga sulla base di un mezzo assenso, magari perché mezzo informato, avrà solo dei mezzi benefici.

Sarà sempre impegnata a controllare le proprie azioni, sempre indecisa, nel dubbio. Di continuo, ogni volta che si avvicinerà all’energia vitale, esiterà, temendo di risvegliare qualche demone.

Nel caso peggiore, ma non così raro, finirà per risvegliarlo realmente.

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Ultimamente è tornata in voga sul web la vicenda dell’attrice Claudia Koll (in realtà risalente al 2000!), che dopo anni di yoga e meditazione orientale ha dichiarato che queste pratiche l’avevano condotta nelle grinfie del demonio.

Da quel momento, fortunatamente, ha intrapreso un cammino di riavvicinamento a Dio attraverso la preghiera, la confessione e la Messa…

La comunità yogica si è scatenata tacciando l’attrice di fanatismo.

Ritengo invece che Claudia Koll abbia ragione.

Non si tratta di un caso isolato. Sui siti cattolici e su Youtube abbondano gli anatemi contro lo yoga, e i resoconti di episodi sconvolgenti ai danni di chi si era posto ingenuamente nelle mani di promotori di salute e benessere, scoprendo solo in un secondo tempo che il discorso era molto più ampio, e conteneva risvolti contrari al loro credo.

Queste persone hanno ragione nella misura in cui ha ragione chiunque venga introdotto a un campo esperienziale senza essere informato in maniera completa.

Ho cominciato a insegnare yoga accompagnando la mia maestra e le sue assistenti nelle carceri. Con quanta scioltezza facevamo ripetere ai detenuti musulmani il mantra sanscrito dell’Ashtanga Yoga, che recita: Mi inchino ai piedi di loto di Patanjali… che ha l’aspetto di un serpente dalle mille teste…

Un po’ preoccupato, la prima volta chiesi loro timidamente se avremmo aperto come di consueto la pratica con la recitazione del mantra.

“Certo” mi rispesero. “Perché?”

Forse perché nell’Islam l’idolatria è il peggiore dei peccati, punibile secondo il Corano con la soppressione fisica?

Il processo mentale che ci porta a giudicare superflua questa richiesta di consenso – perché tanto chi aderisce a un sistema di valori che si scontri con questi fiumi di pace e amore universale che lo yoga sta elargendo all’umanità è senz’altro un fanatico bacchettone, la vittima di un sistema che l’ha plagiato – non è diverso da quel processo mentale con cui continuamente giudichiamo noi stessi.

Cosa siamo se non degli squallidi, ridicoli guardoni allupati? Maschi mediocri e sporcaccioni? Maschi alfa, maschi beta? Zoccole esibizioniste, cesse, ciccione, innocenti verginelle, fiche spudorate con la patata all’aria?

Poi passi ore a compiangerti perché hai le anche troppo rigide e non hai ancora aperto il chakra del cuore.

Smetti di giudicare, e tutto comincerà ad accadere.

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