Mahadeva04

La prima volta che andai in India, rimasi incantato dalle figure dei sadhu, dei baba, dei brahmani officianti rituali del fuoco in templi cavernosi, col loro cordino sacro annodato al petto nudo. Del resto, la fascinazione era cominciata anni prima. Tecnicamente, a quell’epoca non praticavo ancora yoga, ma dall’adolescenza leggevo avidamente testi sull’India e la spiritualità orientale. Per anni avevo viaggiato senza meta guardando a me stesso come a un sannyasin. Alla partenza, avevo regalato ai miei amici tutto ciò che possedevo, tenendo solo ciò poteva entrare nel mio zaino. Il voto che avevo espresso a me stesso era che qualunque cosa nuova avessi preso con me (un paio di mutande, un libro, etc.) avrei lasciato qualcosa di corrispondente che avevo.

Nonostante ciò, avevo rimandato il viaggio in India fino alla fine, visitando praticamente ogni altro posto a parte quello che mi ispirava di più. I primi quindici giorni furono terribili: la pioggia torrenziale alternata al caldo torrido, le zanzare, le fogne a cielo aperto e le cataste di spazzatura al centro delle piazze, la maleducazione e invasività degli abitanti, il frastuono insopportabile che non cessava neanche nella stanza d’hotel; ero sul punto di tornare a casa con oltre un mese di anticipo. Poi capitai quasi per caso in un tempio di Bangalore dedicato a Nandi, il toro sacro di Shiva. Mentre vagavo un po’ perso fra le statue di varie divinità, mi si avvicinò un brahmano con una pancia enorme e metà del viso tumefatta da grosse escrescenze tumorali. Senza parlare, con una calma che mi sembrò sovrumana, mi indicò come dovevo camminare intorno alla statua del toro alta quindici metri. Non c’era nessuno. La luce del sole filtrava, per la prima volta dal mio arrivo, attraverso le finestrelle arabescate vicine al soffitto. Tutto era come in un sogno, irreale e iperreale. Al termine della circumambulazione il brahmano, che mi aveva aspettato tutto il tempo all’ingresso dell’altare, mi benedisse imprimendomi il bindu rosso sulla fronte – l’occhio della conoscenza dell’Assoluto. Mente lo faceva, mi guardava fisso con i suoi occhi nerissimi; uno sguardo che era pura serietà, distacco, presenza, ironia, millenaria saggezza, ingenuità, sfida, tutto insieme. All’uscita dal comprensorio sacro, acquistai delle minuscole statuette di bronzo rappresentanti tutta la famiglia di Shiva, che conservo ancora oggi sullo stipite della porta di casa: ci sono Shiva, il suo shivalingam, la procace moglie Parvati, il toro Nandi, il re dei serpenti Adisesha, e il figlio dalla testa di elefante Ganesh. Notai subito che il proprietario del banchetto era quasi cieco, e doveva fidarsi che l’onestà dei suoi clienti li spingesse a versargli il prezzo richiesto. Sorrideva.

Da quel momento tutto cambiò. Qualunque cosa accadesse, mi scivolava addosso come acqua insaponata. Ad ogni angolo di strada o fermata dell’autobus incontravo persone stupende, da cui ricevevo qualcosa che mi rendeva felice. Mi fermavo a scherzare coi venditori ambulanti, sfamavo bambini di strada con pasti abbondanti e gli davo lezioni di Inglese. Ogni giorno passavo qualche ora in uno o l’altro dei monumentali, abbaglianti templi del Sud: Chidambaram, Kanchipuram, Tiruchirpalli, e il magico tempio di Madurai. Non andavo lì per scattare foto o ammirare l’architettura, e neanche per fare la puja o per nessuno scopo preciso. Sedevo su qualche ampio gradino o sotto a un portico, mi sdraiavo, passeggiavo, appagato di una pienezza sconosciuta. Ogni tanto, qualcuno si avvicinava per intrecciare improbabili conversazioni filosofiche in tre lingue diverse; ma il più dello volte stavo lì, lasciando che il tempo passasse, mentre le rondini urlanti avvolgevano fili infiniti attorno ai pinnacoli del mandir.

Dopo la visita al tempio di Bangalore, quello stato di grazia fu quasi una costante per il resto del viaggio, ma nel ricordo tutto si è fissato in un momento preciso, un climax, su un autobus sgangherato che correva a tutta velocità per una strada sterrata, schivando di pochi millimetri mucche e rikshaw. In una delle mille riparazioni che aveva subito nei minimo cinquant’anni di vita, i sedili dell’autobus dovevano essere stati ricollocati in modo da alloggiare più passeggeri, perché lo schienale davanti a me era praticamente appiccicato al mio naso. Dal legno nudo e consunto sporgevano minacciosi chiodi arrugginiti. Ogni millimetro cubo di spazio era occupato da qualcuno o qualcosa, e non c’era verso di evitare il pensiero: se un minimo imprevisto avesse distratto l’autista, ci saremmo certamente schiantati con esiti catastrofici. Ciò che mi sorprese però, fu che a questo pensiero ne seguì subito un altro: non avevo la minima paura. Avrei potuto morire in quell’istante, mi dissi, ma non mi importava. E non per rassegnazione o disillusione, ma perché sentivo che tutto ciò che contava stava accadendo in quel preciso momento. Non c’era nulla di entusiasmante in quell’autobus, ero praticamente immobilizzato ed era impossibile fare alcunché, incluso sfuggire ai cattivi odori e al fragore dei clacson. Eppure, ero immerso in un presente infinito, che cancellava ogni preoccupazione o traguardo da cui, mi rendevo conto, ero stato costantemente distratto, senza un minuto di tregua, per tutta la mia vita. Tutto poteva accadere, oppure nulla, ma non importava perché, finalmente, il protagonista della storia e lo spettatore erano una persona sola.

Non avevo dubbi: questo piccolo miracolo interiore era dovuto alla magia dell’India, alla sacralità del suo suolo, all’indole tranquilla e matura del suo popolo e all’eredità di conoscenza mistica di cui è portatore. E poiché durante il viaggio avevo incontrato molti indiani e stranieri entusiasti dello yoga, decisi che al ritorno mi sarei seriamente messo a cercare una scuola dove praticarlo, sperando che mi aiutasse a conservare quella dolcezza anche nel freddo cemento di Milano.

*

Si sa, viaggiare ci porta in una dimensione tutta speciale. La libertà di gestire le proprie giornate, senza dover pensare a come guadagnarsi da vivere, fa già più di metà del lavoro per favorire il nostro benessere. La propria casa è lo spazio della cruda realtà, e come gli amori estivi, anche le illuminazioni più sfolgoranti tendono a intiepidirsi col progredire dell’inverno. Altre volte, prendono strade impreviste e sorprendenti. Quando al ritorno a Milano avevo cominciato a praticare Ashtanga Yoga, ne ero rimasto subito conquistato. This is it! Aveva gioito una voce dentro di me. Il fuoco di questo yoga potente, coinvolgente, impressionante nella sua radicalità e fermezza come arrivatoci da un altro mondo, mi faceva scoprire ogni giorno nuovi lati e potenzialità di me stesso. Fiero sfrecciavo attraverso le stagioni, immune ai loro grigiori e mutabilità. La luce che mi aveva acceso dentro lo yoga non era una semplice reviviscenza delle esperienze indiane, ma andava molto, molto al di là, spalancando nuovi scenari di vita.

Negli anni successivi, lo yoga diventava sempre più il centro della mia esistenza, un punto di aggregazione attorno a cui si andava ordinando tutto ciò che era stato sparpagliato e confuso. Allo stesso tempo – non so bene quando cominciò, perché me ne accorsi con chiarezza solo molto più tardi – si stava innescando un processo che aveva del paradossale… Più progredivo nell’Ashtanga, prima come studente e poi cominciando a tenere qualche classe qua e là, più mi sentivo stretto in logiche che inizialmente avevo frainteso, o forse volutamene ignorato. L’Ashtanga yoga, che in modo davvero ridicolo viene spesso tacciato di ‘occidentalizzazione’, è in realtà un sistema profondamente radicato nella mentalità indiana: con il suo mantra devozionale di apertura, il suo approccio crudo e punitivo, il suo guru dal verbo inconfutabile… tutto ciò è India al 200%. Entrare nell’Ashtanga con totalità, significa doversi indianizzare un po’. E così per la prima volta, a diecimila chilometri di distanza, mi ritrovavo a guardare l’India non da turista ma dall’interno, e non ero più così sicuro di gradire tutto ciò che vedevo.

Ora capivo anche cosa mi aveva affascinato tanto nel corso della mia prima visita. L’India è un paese dai tratti fortemente arcaici, che riporta noi occidentali a un passato irrimediabilmente perduto. E in questo passato cerchiamo un’età dell’oro congelata per sempre in un’immagine da cartolina. Vogliamo convincerci che esista un luogo sano che ci offra un’alternativa al luogo malsano in cui sentiamo di vivere; coi suoi valori confusi, contraddittori, corrotti e inquinati dall’incrocio di troppe culture per troppo tempo, dalla spinta costante al progresso che divora il nostro presente. In questo bisogno disperato di chiarezza, proiettiamo sull’India l’aspirazione universale a un mondo buono. Perché tutto ciò era cominciato ancora prima del mio viaggio in India, nella costruzione di un ideale che doveva trovare una sua concretizzazione. E il mio senso di appagamento era dovuto all’aver raggiunto una meta che si candidava a questo ruolo in modo credibile. Ma la realtà non è mai l’ideale.

*

E così otto anni dopo, eccomi sul punto di aprire il mio centro yoga nelle condizioni migliori per imbarcarmi nella titanica impresa: pieno di dubbi e incertezze. Per scrollarmi di dosso ogni perplessità, quale rimedio migliore di lavare i panni nel Gange?

Il primo giorno a Delhi fu molto incoraggiante.  Senza aver programmato nulla, ero arrivato nel bel mezzo di un festival religioso. Le strade erano piene di furgoni carichi di giovani infervorati in maglietta arancione. Alcuni avevano percorso oltre 200 km a piedi trasportando pesanti secchi d’acqua attinta alle fonti di Haridwar, emulando l’impresa di un popolare santo hindu. La sera, i vicoli erano animati da luci e musica. I portoni di alcuni palazzi, aperti per l’occasione, conducevano a piccoli centri di culto ‘condominiali’ in cui erano aggregate intere famiglie festanti. In tarda serata, stanco di camminare, mi fermai in uno di questi posti sedendomi nelle ultime file ad ascoltare i suonatori di tablas e sitar. Al centro, molti ballavano in una sorta di rapimento estatico, che non capivo se reale o simulato. Quando il ritmo delle percussioni segnava il suo apice, tutto il pubblico si alzava e si univa alle danze. Incerto sul da farsi quale unico occidentale presente, fui presto invitato dagli altri ospiti a vincere la timidezza e condividere la celebrazione. Alcuni dei presenti erano molto amichevoli, altri sembravano perplessi. Ed era strano: più divenivo partecipe, più si accumulava anche nel retro della mia mente un senso di estraneità. Restai comunque qualche ora divertendomi molto, finché la folla cominciò a scemare, e poco prima della chiusura tutti ricevemmo un sacchettino con i resti del prasad, il cibo offerto alla divinità che viene poi consumato dai fedeli.

Rientrai in hotel a notte fonda, stravolto da sensazioni contrastanti: ero sveglio da oltre 24 ore e dopo il lungo viaggio aereo, la ricerca dell’alloggio, una giornata passata a camminare per Delhi e ore di danze notturne, a stento riuscivo a connettere. Morivo dalla fame. Aprii il sacchettino di plastica e mi lanciai sul riso ancora fumante. Amo i sapori piccanti, ma quel cibo era così speziato che mi anestetizzò subito la bocca. Imperterrito, continuai a mangiare il sacro boccone fino a alla fine. Avrei potuto crollare addormentato all’istante, ma l’arsura che avevo in bocca mi spinse a trascinarmi in bagno per lavarmi i denti. Quel momento segnò tutto il resto del mio soggiorno. Nella stanchezza, la confusione, la fretta, ripetei automaticamente un gesto abituale ma assolutamente vietato in India: finii di lavarmi i denti e mi dissetai con una bella sorsata dal rubinetto.

No! Non puoi averlo fatto. Non puoi essere così STUPIDO! Imprecavo contro me stesso un secondo dopo. Cercai di convincermi che non era successo niente. Cercai di dormire nonostante il frastuono del condizionatore sembrasse amplificare i cattivi auspici sotto i quali sentivo di esser caduto; ma il mattino dopo, quando tornai in bagno, ogni mia speranza svanì. Lasciando scorrere l’acqua del lavandino, notai che aveva un colore marroncino e un odore putrido. Dopo un paio di giorni cominciarono la dissenteria, il vomito, la febbre e la debolezza cronica nel caldo infernale dell’agosto indiano, che non mi lasciarono praticamente più fino al ritorno.

Ero venuto per rinfrescare la mia fiducia, abbeverandomi alla sorgente dell’India e facendo yoga con qualche autentico maestro locale. Ma la fonte a cui avevo attinto aveva reso tutto ancora più confuso, opaco, strano, e l’idea di praticare yoga nelle condizioni in cui mi trovavo era fuori discussione.

Ero furente. Più mi dicevo di lasciarmi andare, più qualcosa mi imponeva di trattenere. Per giorni, a Rishikesh, lottai nell’indecisione se immergermi concretamente nel Gange oppure no. È noto che le acque della Ganga, specialmente nella stagione dei monsoni, sono molto inquinate e piene di batteri di ogni specie. Nonostante ciò, gli indiani vi si bagnano in continuazione e si ascoltano racconti di guarigioni miracolose ottenute da chi le ha bevute. Un giorno, seduto sulla riva, dopo che un gruppo di donne interamente vestite ebbe terminato le proprie abluzioni, mi decisi a spingermi oltre il ciglio dell’acqua. In quel momento arrivò un uomo in abiti e turbante arancioni con in mano una bottiglia di plastica. Pensai che volesse raccogliere dell’acqua santa da portare a casa, come facevano in molti. Invece si sedette accovacciato accanto a me nella maniera abituale, ma alzandosi il doti, e come se niente fosse fece lì i suoi bisogni; senza alcun riguardo per me e gli altri presenti. Quindi usò la bottiglia per lavarsi, e la gettò nel fiume per poi voltarsi e andarsene.

È questa la vostra saggezza? È questa la vostra profonda spiritualità?

Gridava arrabbiata la mia coscienza critica. Mi ritirai nella mia stanza fortemente afflitto, sentendomi offeso, ingannato, tradito.

Penso che molti, come me, abbiano attraversato questo senso di disillusione per un motivo o per l’altro. La maggior parte abbandona lo yoga e qualunque interesse per la cultura a cui è associato. Invece decisi di andare più a fondo. Indietro non potevo tornare, e per dare un senso al mio essere lì, debilitato e diffidente, ebbi l’idea di fare tutto il possibile per conoscere non lo yoga o l’induismo, ma gli indiani. Giocando a fare l’antropologo, avrei colto ogni occasione per vincere la fiducia di qualunque indigeno che parlasse abbastanza bene l’inglese da svelarmi qualche prezioso pezzetto della sua vita. Cominciai subito, trovando i miei primi informatori in una bakery di Rishikesh frequentata da studenti indiani in cerca di coetanee più disinvolte delle loro connazionali. Il quadro di frustrazione e malcontento verso la propria cultura fu subito chiaro, e andava oltre i miei presagi. Non sospettavo ad esempio che ancora oggi, e non in qualche remoto villaggio ma ovunque e in tutti gli strati sociali, fosse in pieno vigore l’usanza dei matrimoni combinati. Tutti i ragazzi con cui parlavo me lo confermavano. “Noi veniamo qui,” mi dicevano “per divertirci un po’. Perché con una ragazza indiana non sarebbe mai possibile. Tu sei stato un po’ in giro da queste parti: hai visto forse qualche ragazza indiana viaggiare da sola? Questa libertà qui non esiste. E anche ai ragazzi, è concesso di fare un po’ di esperienza da giovani, ma al momento buono saranno loro a decidere con chi ti sposi. E se sei fortunato, avrai al massimo un paio di scelte. Non ti puoi opporre.”

*

“E chi si oppone?” Chiesi un giorno a Mohan, il mio principale informer a Varanasi.

“Chi si oppone deve rinunciare a qualunque rapporto con la famiglia d’origine. E nei casi più estremi, quando ad esempio uno dei due amanti è brahman e l’altro è dalit, può capitare che le famiglie li massacrino lapidandoli e poi brucino i cadaveri. Succede praticamente ogni mese.”

Mohan aveva ventidue anni ed era il manager della Vishnu Lodge di Varanasi, dove restai più di tre settimane. Era molto colto e brillante, bello e simpaticissimo. Essendo di casta brahmanica e avendo frequentato una scuola vedica, fungeva anche da sacerdote nel tempio vishnuita che sorgeva al centro dell’hotel. Ogni sera, dopo il tramonto, ci incontravamo sulla terrazza e parlavamo per ore. Grazie a lui capii meglio anche la questione delle caste.

Prima ancora di ascoltare le sue spiegazioni, ebbi modo di riscontrarlo nella pratica. Nonostante Mohan fosse il più giovane dello staff, era evidente l’atteggiamento di deferenza e rispetto con cui gli si rivolgeva il resto del personale. Non era solo una questione di ruoli lavorativi, in ogni gesto si percepiva un tributo di autorità che rimandava ad altro, e molti lo chiamavano pandit, un titolo simile a ‘dottore’ ma in campo religioso. Non è quindi un caso se quasi tutti i maestri di yoga più celebri sono di casta brahman. Praticamente, in India esiste tutt’ora un sistema ufficiale di caste: ossia una suddivisione sociale su base genetica. Non è facile però capirne il peso e i meccanismi guardandosi in giro per strada.

“Come fanno le persone che non ti conoscono a sapere che sei un brahman?” Chiesi una sera a Mohan.

“Prima di tutto dal cognome. Ogni cognome è legato alla casta di appartenenza.”

“Quindi se una persona si presenta con un altro cognome, si può facilmente spacciare per brahman.”

“Non è così semplice. C’è tutta una serie di cose che solo un brahman può sapere. E questo traspare nel modo di parlare, di guardare… I brahman hanno un potere mentale superiore perché sono direttamente connessi al divino.”

Gli chiesi cosa succede a chi cerca di falsificare la sua casta e viene scoperto, ma neanche Mohan sembrava molto sicuro sul tema. Rimasi invece atterrito quando affrontammo l’argomento dalit, ossia quella vasta parte della popolazione che è considerata fuori casta e quindi impura, intoccabile, ed è fortemente discriminata da tutti gli altri. Nonostante la sua estrema dolcezza e apertura mentale, anche Mohan sembrava convinto che ci fosse qualcosa di intrinsecamente cattivo, inferiore in un dalit.

“Guarda come sono sporchi,” mi disse “disordinati. Se presti qualcosa a un dalit, sei sicuro che non lo riavrai mai indietro.”

“Forse perché sono nati in una condizione di svantaggio ed emarginazione?” avrei voluto rispondergli “So che ci sono dalit laureati e che organizzano partiti politici…” ma sentivo che stavamo entrando in un territorio troppo spinoso, e avrei rischiato di perdere la sua fiducia.

*

Oltre ai miei studi sul campo, a Varanasi dedicai molto tempo a visitare biblioteche e librerie. Essendo la città santa per eccellenza, vi si può trovare qualunque testo filosofico o religioso immaginabile. Le vetrine delle librerie specializzate sfoggiano titoli su ogni possibile aspetto dello yoga. Più leggevo, più sentivo di mettere a fuoco alcuni dei motivi di tanta confusione nello yoga, ad esempio su cosa sia giusto o sbagliato fare da un punto di vista morale e pratico.

Dobbiamo capire che lo yoga è il risultato di migliaia di anni di evoluzione, e in particolare della fusione di due correnti parallele e contrapposte. Da un lato c’è una matrice vedica (da Veda, i principali testi sacri dell’induismo), in cui il termine yoga è utilizzato in senso puramente spirituale e interiore, come stato di assorbimento della coscienza individuale nel principio divino universale. In generale, questa tradizione è correlata a una visione morale piuttosto austera, rigida e intransigente. Il brahmano, ad esempio, a fronte dei suoi privilegi sociali, è sottoposto a una ferrea regolamentazione riguardo all’alimentazione, il sesso, l’igiene personale, le relazioni sociali e qualunque altro aspetto della sua vita. Dall’altro lato c’è una matrice tantrica (da Tantra, un’altra categoria di testi sacri, dal contenuto più magico ed esoterico). Al tantra si lega di solito una visione molto più tollerante e disinibita della condotta umana, e non solo riguardo al sesso. In ogni ambito, la visione tantrica vuole che la liberazione si raggiunga abbracciando proprio ciò che è proibito. È in questo bacino che fiorisce l’hatha yoga, ossia lo yoga ‘fisico’ (ma anche ‘forzato’ o ‘violento’), cioè quell’ampia gamma di tecniche di manipolazione corporea tramite posizioni (asana), azioni e pressioni interne (kriya, mudra, bandha) e controllo del respiro (pranayama) a cui oggi tutti noi associamo il termine ‘yoga’. Tutto ciò altro scopo non ha tranne risvegliare l’energia sessuale o kundalini, che si ritiene risiedere nella mula (radice), a metà strada fra l’ano e i genitali, e debba essere elevata verso la sommità del cranio o sahasrara, quale precondizione alla realizzazione del Sé… Storicamente, l’hatha yoga rappresenta quindi una costola del tantra, e non a caso l’Hatha Yoga Pradipika, il più famoso testo di riferimento, è infarcito di riferimenti agli organi genitali, il seme, l’aspetto fisico, il comportamento verso cortigiane e donne d’alta classe. Sembrerebbe quindi di trovarsi nella classica dicotomia riguardo alla natura e all’uso del corpo, che da una parte è tempio dell’anima, e va nutrito e curato in vista di un più profondo benessere, dall’altro è prigione dello spirito, e va quindi mortificato tramite rinunce e discipline. Ma non illudiamoci, le cose non sono così ‘semplici’: esistono infatti sette tantriche che prevedono privazioni anche più estreme di quelle vediche, si fondano sul culto della morte e incoraggiano gesti di atroce autolesionismo. Per converso, i moderni maestri indiani di hatha yoga raramente provengono da una tradizione tantrica, e hanno quindi trasposto tutto un bagaglio di conoscenze ‘eretiche’ nell’ambito della loro ortodossia.

E non si può dimenticare, infine, che tutto questo discorso è relativo alla storia indiana fino al medioevo. Dopo secoli di incursioni, nel 1526 l’India è invasa da conquistatori turchi di fede musulmana, i Moghul. Per oltre duecento anni l’intero continente resta sotto la mano turca, che si dimostra tollerante verso la fede privata, ma spazza via ogni manifestazione visibile di pratiche e rituali incompatibili con l’Islam.

Nel 1757 l’avventuriero inglese Robert Clive prende il controllo della città di Calcutta (Kolkata), aprendo la strada alla colonizzazione britannica, che dura altri due secoli raggiungendo il suo apice durante l’epoca vittoriana, nota per il suo fanatico puritanesimo.

L’ultima tappa del mio viaggio fu il sito archeologico di Khajuraho, dove si trovano i famosissimi templi rivestiti di sculture erotiche. È incredibile pensare che un tempo l’India dovesse essere punteggiata di luoghi simili, che le dinastie locali sponsorizzassero apertamente ogni forma di piacere sessuale quale ponte di accesso al divino, che i maestri e le numerose maestre e sante tantriche – le dakini o danzatrici del cielo – richiamassero migliaia di seguaci. L’India così pudica e velata, così oscena e conturbante…

Sul treno notturno che mi riportava a Delhi, conobbi un uomo sui cinquant’anni dall’aria molto sobria con cui affrontai l’argomento.

“La guida diceva che le sculture avevano un significato puramente allegorico…” Gli proposi.

Bullshit!” Mi rispose “Everybody here is crazy about sex.

Quindi mi chiese se avessi sul laptop qualche video in cui facevo sesso con la mia ragazza.

Gli mostrai ciò che avevo, ma non ne fu molto soddisfatto perché il materiale non era abbastanza spinto.

In The Science of Yoga, Wiliam J. Broad suggerisce che lo yoga che conosciamo sia una creazione recente, studiata a tavolino dal nazionalismo hindu non più tardi dei primi del ‘900. All’epoca aveva preso avvio il movimento indipendentista indiano, che necessitava un fondamento ideologico basato sulla propria tradizione. A fronte delle prodezze olimpioniche degli occidentali, fu così riabilitato lo yoga, che in quegli anni godeva di una dubbia reputazione nella società hindu. Per renderlo presentabile alla scena mondiale, fu però ripulito dei suoi elementi più imbarazzanti, igienizzato e infuso di un’aura di rispettabilità scientifica. Se così stanno le cose, non stupisce che lo yoga moderno sia un tale pastrocchio di ambiguità.

Del resto, l’India non sembra aver mai avuto problemi con l’ambiguità. Si pensi solo che in Sanscrito – la lingua della letteratura yogica – ogni parola ha sette livelli di significato, di cui l’ultimo è non manifesto, cioè sostanzialmente arbitrario. La sua grammatica duttile e flessiva ha introdotto la ‘a’ privativa – passata poi al Latino e quindi all’Italiano – che ribalta il senso del termine. Peccato che poi questa spesso scompaia nei composti, facendo sì che ogni frase possa significare sé stessa… o il suo contrario.

*

Durante gli ultimi giorni a Varanasi, cominciai a sentirmi decisamente meglio. Col ripristinarsi delle forze, mi tornò la voglia di fare yoga. Chiesi a Mohan se ogni tanto potevo appartarmi nello spazio antistante all’altare di Vishnu, ombreggiato e ben ventilato. Il mio corpo smagrito si lasciava gestire con docilità. Più praticavo, più sentivo risorgere una nuova sicurezza. Che meraviglia era questa pratica. Qualunque cosa fosse, al di là di dottrine e congetture, da qualunque parte ci fosse arrivata, una sola cosa era certa: funzionava. Ma come poteva una cosa così potente ed efficace presentare tante zone d’ombra? Come poteva la scienza non essersi ancora quasi interessata a questo dilagante fenomeno, lasciandolo nelle mani di pseudo-maghi ed eclettici affabulatori? Lo yoga, ragionavo in quei giorni, si trova oggi nella fase di evoluzione in cui si trovava la chimica ai tempi degli alchimisti. E il mio lasciarmi andare non poteva consistere nel riproporre qualunque cosa affermassero i ‘maestri’, incluse nozioni fumose e incomprensibili, superstizioni, palesi contraddizioni; ma nel lasciarmi andare a me stesso. Amorevole rompiscatole figlio dell’Illuminismo, la mia coscienza non si placa senza aver indagato a fondo ciò che mi viene spacciato per verità. Pur rispettando i miei colleghi dall’indole più devota, ritengo che non si possa guardare al futuro tornando al medioevo, che sia il nostro o quello di una terra lontana. Possiamo progredire solo superando l’ingenuità. E nello yoga questo significa, per me, ripulirlo da tutto ciò che è legato a una tradizione specifica, e individuare quali sono i veri principi fondanti, dal punto di vista fisico e psicologico, che possono avere un valore universale. Come un farmaco, lo yoga deve poter funzionare senza bisogno di crederci.

Al rientro, sapevo che mi stavo avviando su una strada tortuosa. Per quanto sentissi il brivido di chi ha davanti a sé un vasto territorio inesplorato, dovevo ammettere che il compito che mi ero posto non era facile. Il processo interiore dello yoga si sviluppa a un livello inconscio e irrazionale. Quando il devoto adora la sua divinità, permette agli elementi simbolici che essa contiene di agire sulla propria psiche. Questo abbandono al sovrumano, nello yoga indiano è parte integrante della pratica. Cosa può prendere il posto di questo elemento selvaggio e suggestivo, per chi non se la sente di prostrarsi al dio scimmia o baciare i sandali del proprio maestro?

Non ne avevo idea, e continuo a non averla. Eppure, insieme alla paura e alla confusione, sentivo una strana euforia, come fossi sulla soglia di una nuova storia d’amore: stavo imparando ad amare l’ambiguità, e a convincermi che il dubbio, coi suoi capelli arruffati e le sue rozze maniere, è un amico più sincero di qualunque certezza.

***

Nella foto: Shiva Mahadeva, Elephanta, V-VIII sec. d.C. Nell’iconografia del Mahadeva (Grande Dio), Shiva è rappresentato nella sua natura triplice (Trimurti), come colui che al tempo stesso crea, alimenta e distrugge l’universo.

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1 Comment

 

  1. 27 febbraio 2016  15:57 by serena.antolini@gmail.com

    Grazie della condivisione! Lettura - e riflessioni - per il weekend :)

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