Everything is Good_Skull

Nudo, emaciato ma radioso, estraniato ma vigile, l’asceta, prima che un individuo in carne ed ossa, è un archetipo della nostra immaginazione.

Chi non ha mai vagheggiato una vita semplice e leggera, libera dai gravami del possesso e dai vincoli delle relazioni sociali? Anche chi non ha mai osato fantasticarsi nei panni di un asceta – o meglio di un sannyasin, visto l’ambito in cui ci troviamo – è quasi sempre portato a vedere nel mistico, monaco, eremita o rinunciante che sia un modello di saggezza e di virtù. Chi ha fatto una scelta di rinuncia è più forte, più convinto, più vicino al divino, un santo. Per chi fa yoga, lo yogi in meditazione su un picco del monte Kailash è l’ideale verso cui tendere: ecco lì un individuo perfettamente realizzato! mentre noi, poveri cretini coi nostri casini e i nostri mutui da pagare, saremo sempre solo imperfettamente, approssimativamente realizzati.

Ma sarà proprio così?

Negli ultimi articoli ho esposto diverse questioni emerse nel mio cammino nello yoga, lasciandole poi sospese. La prima riguarda vairagya, ossia l’invito dello yoga a distaccarsi dal turbine dei sensi e dalle emozioni contrastanti che ne derivano; la seconda è legata alle due vie per integrare la ricerca interiore con la vita quotidiana: la rinuncia ascetica o il coinvolgimento nel mondo; la terza è l’eterna tensione fra ragione e fede.

Ora cercherò di tirare le somme, senza certo l’ambizione di offrire risposte conclusive a questi temi enormi. Non avendo soluzioni preconfezionate, posso solo spostare sempre più in là la domanda, in modo che il riflettere non si riduca a un circuito stagnante, ma sia un viaggio che ci accompagna per tutta la vita.

*

Una cosa c’è da dire: una scelta di ritiro o rinuncia temporanea, il fatto che una persona dica Ok, per tutto il prossimo anno eviterò di bere alcolici, o fare sesso, o comprare vestiti, o usare il cellulare, o andrò a vivere in una foresta, può essere una cosa molto sana. Escludere qualcosa che ci attrae è un esperimento istruttivo, e rinforza coraggio e volontà.

Credo invece che l’attribuire a chi vive di rinuncia e disciplina una superiorità morale, sia solo l’ennesimo inganno della nostra mente.

La rinuncia è una fuga. Quando facevo il vagabondo errante santone sexy on the road, ogni tanto qualcuno mi chiedeva: “Da cosa stai scappando?”. E io rispondevo pronto: “Non sto scappando, sto cercando”. Invece no, stavo scappando. Ancora oggi, scappo in continuazione. Tutti noi siamo sempre pronti alla fuga perché la vita è antipatica, complicata, dolorosa. La natura è una lurida sadica malata di mente che ci ha gettato in un circolo vizioso infernale: la vita si nutre di vita, la divora.

Lo yoga è un rifugio. Lo yoga è il rifugio: questo è il suo bello. Ma diverso è avere un luogo appartato e sicuro dove raggomitolarsi nei momenti di caos, e volercisi chiudere dentro, convincendosi che quella è l’unica realtà e tutto il resto è illusione.

L’intuizione secondo cui esiste una realtà al di là del mondo sensibile è assolutamente geniale. Solo l’uomo, nella sua piena autocoscienza, può arrivare a scorgere quel mondo interiore, e quel punto estatico di iperdensità cognitiva da cui ogni cosa deriva: la Sorgente. E anche così, anche una volta aperto quello squarcio sulla Sorgente, saremo immediatamente risputati fuori, coinvolti e trascinati e distratti da tutto il resto. Quindi non è strano che si siano mobilitate tutte queste forze per andare a esplorare e conoscere la Sorgente. Si è dovuto affermare e convincersi che quella è l’unica realtà.

Ma non è così. Ci sono due Sorgenti, una interna e una esterna, e sono ugualmente importanti, ugualmente nobili, ugualmente divine. La superficie di intersezione fra la sorgente esterna e quella interna è ciò che chiamiamo realtà. La realtà è il prodotto di una collisione: per questo è sempre dolorosa. Chi reputa l’una più importante dell’altra, sfuggendo al dolore, sfugge alla realtà. Per cercare il perfetto equilibrio, diventa squilibrato. Tutti gli illuminati, i santi, i buddha, sono dei depressi sconfitti da esperienze traumatiche**, e il vero motivo per cui scelgono di dedicare la vita a questa compulsiva ricerca interiore è che hanno paura di ciò che sta fuori. Ne sono terrorizzati, e questo traspare dal loro comportamento e dalle loro parole, se li si segue e interroga a fondo. L’unica ragione per cui li ammiriamo, è che rappresentano una proiezione del nostro principio del piacere, la Sorgente interna, non perché siano realmente più saggi di noi. I santi di ogni fede, inclusi i fissati dello yoga, devono circondarsi di regole perché temono l’imprevedibilità del mondo. E una cosa li spaventa più di ogni altra: le relazioni. Non comprendono che il caos, l’insensatezza, il delirio, l’impurità, la cattiveria, il tradimento, il male, sono un dono di Dio: il dono più prezioso.

Tu, con le tue borse della spesa stracariche che si rompono mentre attraversi la strada; tu che hai nuovamente superato il plafond della carta di credito; tu che oggi hai litigato col tuo capo e hai ancora un diavolo per capello.

Tu, sei veramente realizzato.

*

Mi si dirà, ma a chi stai parlando? Dov’è questa massa di persone che si dedicano ossessivamente alla ricerca interiore? Se di una cosa c’è bisogno, è un po’ più di ricerca interiore, perché non ce n’è abbastanza… Tutti si fanno i fatti loro, è uno schifo, viviamo in un mondo materialista e superficiale che si preoccupa solo del denaro, dell’immagine. Lo yoga può portare un po’ di pace, silenzio, ascolto, e tu gli dai addosso come se vivessimo circondati da asceti nullafacenti. Tu che sei un insegnate di yoga, ne parli come se lo detestassi!

Questo schema di ragionamento, che è davvero pervasivo, è la prova che quello che sto dicendo riguarda tutti: se sei arrivato a leggere questo blog, riguarda sicuramente anche te. Quello che manca qui è l’equilibrio. O una cosa o l’altra: o si rifiuta la realtà interiore, o ci si riempie la testa di nuvole. Se sei approdato allo yoga, è perché sei già in cerca di una via di fuga. Ma chi sfugge alla realtà esterna, sfuggirà sempre anche a quella interna, mantenendosi perpetuamente in uno stato di controllo forzato e pace apparente.

Per inciso, questo dibattito non è pro o contro allo yoga, ma totalmente interno allo yoga, ed ha segnato il corso della storia spirituale indiana per cinquemila anni.

Mentre scrivo queste parole, qualcuno mi invita tramite newsletter a un ‘percorso di liberazione dai cinque veleni’ secondo la concezione buddhista classica: invidia, gelosia, bisogno, attaccamento, aspettativa (Aggiungiamo, secondo altre versioni: rabbia, ignoranza, orgoglio e desiderio).

Sembra tutto molto logico. Sembra un’idea edificante e luminosa liberarsi da questi obbrobri morali che ci appesantiscono l’esistenza. Eppure già nell’VIII secolo d.C. il buddhismo tantrico del Vajrayana (il ‘carro del fulmine’) raggiunge la stessa conclusione a cui un giorno sono arrivato io: questi apparenti guai sono tutte cose buone.

Così lo spiega oggi Lama Gendun Rinpoche:

Nell’abbandonare i cinque veleni, abbandoniamo contemporaneamente qualsiasi possibilità di realizzare le cinque saggezze, dato che esse non saranno mai trovate se non nelle emozioni.

E secondo l’opera più antica di Chagme Rinpoche:

Se rinunciamo ai cinque veleni, di fatto, sarà per noi impossibile trovare alcuna saggezza.

Esiste infatti, anche del buddhismo, una versione ortodossa e una tantrica. Ma pochi sono disposti a confrontarsi con questa tensione presente nella spiritualità orientale. Pochi yogi moderni si soffermano a pensare che le tecniche di hatha yoga che praticano hanno un’origine tantrica, ma sono oggi infarcite di posizioni morali e filosofiche brahmaniche ortodosse: proprio ciò che i movimenti tantrici consideravano, già secoli fa, obsoleto e limitante.

Sarebbe facile rispondere che si tratta di sottigliezze incomprensibili per chi non appartiene a quella cultura. La mia impressione invece è che il motivo sia proprio l’opposto: questo dibattito, questa lacerazione è interna a ogni cultura e presente in ogni tempo, e influenza la nostra vita più di quanto potremmo immaginare. E se noi occidentali oggi sentiamo di essere il materialismo, il consumismo, il cinismo, l’imperialismo, l’aggressività… l’Oriente deve necessariamente essere la spiritualità, la pace, la purezza, la saggezza. Abbiamo cioè spostato la lacerazione materia-spirito fra Occidente-Oriente, paesi industrializzati-paesi in via di sviluppo.

Mi viene in mente un video circolato su facebook qualche tempo fa, popolarissimo nei circuiti yogici.

In un avvincente time-lapse su musica enfatica, scorrono le immagini dei peggiori vizi moderni: grattaceli ultra-illuminati, infernali ingorghi stradali, mega-cantieri, catene di montaggio, petroliere, foreste devastate, pellicani coperti di pece e popoli tribali in declino. È strano però: l’effetto è bellissimo. E non è un caso, è un risultato voluto. Il film è confezionato con un sapiente tratto estetizzante che ne rivela il vero scopo: colpire le nostre emozioni. Farci sentire colpevoli. Il senso di colpa emerge sempre da emozioni contrastanti: è proibito, ma lo desidero. È crudele, ma irresistibile. Di certo chi ha ammirato e condiviso il video apocalittico ha acquistato volo e hotel per ammirare i grattaceli di New York o di Hong Kong, ha un’auto che consuma energia combustibile in una forma o nell’altra, ha uno smartphone prodotto in catene di montaggio da operai sfruttati…

Questa confusa ambivalenza è onnipresente in ambito yogico moderno, e si manifesta in temi come la modernità, l’ambiente, il cibo, la medicina, la tecnologia, l’economia mondiale, etc.

Sappi, yogi del terzo millennio, che questo è il più ostico, infido, pertinace, annodato su se stesso in modo denso e inestricabile nemico della tua crescita.

Liberati dalla trappola, yogi del terzo millennio: tutto è buono, todo es bueno, tout est bien, Alles ist gut, EVERYTHING IS GOOD.

Ti propongo un esercizio di meditazione. È davvero difficile ma prova a lasciarti andare, a concederti un pensiero audace. Osa.

Chiudi gli occhi per qualche istante, e prova a visualizzare tutte le cose più malate e degeneri del mondo: la guerra, l’inquinamento, il terrorismo, la corruzione, il capitalismo/il comunismo, complotti politici, cambiamenti climatici, estinzione di intere specie… Lascia correre la tua immaginazione. Prova.

Ora prova a pensare che tutto questo non sia dovuto alla ‘cattiveria dell’uomo’, come ti sembrerebbe logico credere, ma sia parte di una realtà più grande e abbia un valido scopo e punti a una risoluzione migliore di quella che tu ora riesci a immaginare. Prova a pensare che sia una cosa buona, bella, sacra. Osa.

Di certo questo pensiero ti metterà a disagio. Eppure, prova a riflettere: credi che i dinosauri fossero contenti di estinguersi sotto nuvole di polvere incandescente sollevate da un meteorite gigante, poi raffreddatesi nella più grande era glaciale della storia? Per niente invitante, non credi? Eppure, senza quella devastazione, non esisteremmo noi.

Mi dirai che quello è stato un cataclisma naturale, diverso è il caso di una guerra che è frutto della perversione umana. Quindi la perversione umana non è un fatto naturale?

È difficile accettarlo, lo so, ma il fatto che dietro a un crimine ci sia la responsabilità di qualcuno è totalmente indifferente nel quadro generale delle cose.

Mentre scrivo, un’amica posta un video che riprende dall’alto un tipico incrocio indiano per cinque minuti. Il caos è così delirante, e così commovente l’arguzia con cui motociclisti e pedoni si incastrano nel vortice di auto, che il risultato è davvero buffo e romantico. Impossibile non ridere, e i commenti rispecchiano questo senso di comicità. Eppure, in India, oltre due milioni di persone perdono la vita ogni anno in incidenti stradali. Più vittime di quante ne hanno causate tutte le guerre mondiali messe assieme. È buffo questo? E di chi è la colpa?

Niente e nessuno ha colpa, per cui non è necessario cercare un’espiazione. E ti sembrerà strano, ma se hai la forza e il coraggio di procedere nel cammino su cui ti sto invitando, capirai che una grandissima parte di ciò che hai fatto e pensato nella vita non è altro che una forma di espiazione. Incluso probabilmente fare yoga, il che rende la cosa pericolosa. Potresti presto trovarti in una spirale di frustrazione che ha due esiti designati e fatali: abbandono rassegnato o incremento compulsivo. E non è detto che la finalità espiatoria dello yoga o di un’altra azione ti sia evidente. Potresti pensare di farlo per dimagrire o metterti in forma, ma dietro questi obiettivi superficiali si nascondono meccanismi molto ingombranti e radicati nella tua mente. Da qualche parte, laggiù, c’è un’idea di insufficiente purezza, di inadeguatezza, di colpa, la sensazione che qualcosa non va e in qualche modo tu dovresti aggiustarlo.

In realtà, qualcosa che non va c’è: la sensazione che ci sia qualcosa che non va.

Con tutto questo, non voglio certo giustificare il genocidio o dire che non dovremmo cercare un’alternativa all’energia fossile. Il video apocalittico estetizzante va benissimo, è parte del quadro generale. È parte del percorso contorto e misterioso con cui l’essere trova la sua strada verso una sempre più luminosa manifestazione. Chi scrive è perdutamente innamorato delle foreste amazzoniche, dei fiumi dove i bambini possono fare il bagno, degli orsi polari… Si attiva in comitati civici per promuovere una mobilità sostenibile… Sono convinto che come cittadini dovremmo fare di tutto per metterci al servizio della comunità, e disturbare il prossimo il meno possibile. Ma in questa sede non sto proponendo una morale sociale. Mi rivolgo esclusivamente all’individuo. Propongo una rivoluzione mentale per l’individuo. Ti propongo di liberarti da schemi autolimitanti.

Spesso gli interessi della società non sono gli stessi dell’individuo. Se c’è una cosa che gli asceti yogici hanno capito bene, è questa. La società, per funzionare, deve imporre degli schemi. È giusto che lo faccia, ed è giusto che noi ci adeguiamo a questi schemi. La nostra stessa mente è strutturata per accoglierli. Non c’è nessuna malvagità e nessun complotto. Ma un conto è adeguarsi a questi schemi, un altro è farne la propria identità.

Aprire gli occhi non cambierà affatto le cose a livello sociale. Chi non è pronto, rifiuterà o non comprenderà quello che sto dicendo. Continuerà a criticare facebook su facebook. Continuerà a volare low-cost e lamentarsi dell’inquinamento atmosferico, perché questo gioco di compensazioni gli offre una parvenza di equilibrio: l’unica che al momento può permettersi.

Ciò che cambia, nel momento in cui accogli la rivoluzione mentale dello yoga neo-tantrico, è il tuo benessere individuale. Il tuo senso di risolutezza, di compiutezza e di equilibrio, la gratitudine incondizionata per essere nato oggi, ora, così, e il godimento estatico che riuscirai a trarre da ogni cosa che si manifesta nella tua vita. Lo yogi neo-tantrico adotta una sorta di schizofrenia volontaria: da una parte sono ambientalista, dall’altra accetto che l’inquinamento sia un male necessario. È quello che facciamo tutti, comunque sia, ma possiamo liberarci dai sensi di colpa legati a queste contraddizioni, o dall’assurda pretesa di rinnegare il mondo.

Se senti il richiamo di questo cammino, il primo passo è: convinciti che il tuo malessere non dipende da qualche difetto intrinseco nel mondo, dalla cattiveria degli altri, e neanche da qualche tua mancanza o peccato. Il malessere dipende esclusivamente dal tuo senso di colpa. Liberati dal timore che questo cambiamento di prospettiva ti renderà una persona peggiore, ti farà compiere gesti malvagi o immorali. È vero proprio il contrario: il senso di colpa è l’origine della morale, ma anche della perversione morale!

È chiaro, quindi, che non ci si può liberare del senso di colpa. Sarebbe come recidere la corda con cui stiamo per fare bungee jumping. Il senso di colpa non va eliminato, ma risolto.

Imprimi queste parole nella tua mente:

Lo yoga è la completa risoluzione del senso di colpa

*

D’accordo, mi dirai, mi hai convinto. Il male del mondo non esiste.

Ammettiamo per un istante che questo tuo strampalato discorso abbia un senso, che liberarmi del bisogno di dare la colpa a qualcuno o qualcosa – incluso me stesso – per la guerra o l’AIDS non potrà che migliorarmi la vita.

Ma questo è tutto un male astratto, lontano. Come la mettiamo quando il male mi colpisce direttamente? Cosa diresti a chi ha perso un parente l’11 settembre? A chi vive da anni sotto i bombardamenti come gli abitanti di Damasco o Bagdad?

E senza andare lontano, se mi rompo una gamba inciampando in una buca nel marciapiedi, avrò pure il fottuto diritto di maledire chi ha causato quella buca e chi doveva metterla a posto! E anche se mi rompessi una gamba scendendo da un marciapiedi perfettamente intatto, non dovrei forse rimproverarmi quella distrazione? Darmi del cretino e imprecare contro il marciapiedi stesso e chi lo ha inventato? Almeno mi sarei sfogato. Magari avrei fissato nella mia mente una lezione per il futuro.

O dovrei forse fare finta di niente? Mantenere un atteggiamento distaccato e imperturbabile di fronte al mio dolore come se non mi appartenesse? Perché tanto tutto è buono… Col cazzo che tutto è buono!

Ebbene sì, caro mio, in questo caso hai ragione tu. Non devi affatto mantenere un atteggiamento imperturbabile e distaccato.

Lo so che ora, invece, vorresti che ti dicessi di sì. Perché hai letto di quel saggio che era sempre sereno; perché hai visto quel monaco zen tanto carino e ora vorresti essere come lui… Ma se le cose fossero così semplici, allora saremmo già tutti nel paradiso zen della nostra fantasia da un bel pezzo. E se tutto ciò che vuoi sentire sono le cose che già pensi di sapere, che parlo a fare? Invece, ascolta: se vuoi essere un monaco zen, allora non cercare di comportarti come il monaco zen. Comportati per ciò che sei, e diventerai ciò che devi diventare. Possiamo evolvere solo nel modo in cui per noi è naturale evolvere, non come ci siamo prefissati di fare. Se osservi un bambino molto piccolo, capirai ciò che voglio dire.

Qualunque neonato, quando è in una fase attiva – ad esempio sta giocando o cerca di fare qualcosa – passa in continuazione attraverso stati emotivi contrapposti. La cosa spesso spiazza noi adulti, ‘Ma come? Fino a un secondo fa si divertiva così tanto!’ E ora, senza motivi evidenti, è scoppiato in un pianto dirompente… Le fluttuazioni che provocano l’entusiasmo rapito o la frustrazione inconsolabile del lattante sono oltre la nostra percezione. In un certo senso, potremmo dire che nemmeno esistono. Non sono che pretesti per collaudare il suo sistema nervoso, in modo che poi gli stati piacevoli e dolorosi possano associarsi ad eventi sempre più significativi.

Quando un bambino di cinque o sei anni piange o è felice, riusciamo infatti a distinguerne molto meglio la causa. Nonostante ciò, spesso ne sorridiamo: gioia e dolore sono legati a eventi talmente futili, che presto saranno dimenticati.

Crescendo, la stessa dinamica che ci ha accompagnato dalla nascita si àncora a oggetti ed eventi realmente importanti per la nostra sopravvivenza e interazione sociale.

Ora prova a pensare che un bambino, poco dopo la nascita, rimanga freddo e indifferente se un coetaneo gli ruba un giocattolo o se cade dall’altalena. Ne dedurresti che è molto maturo per la sua età? No. Penseresti che è affetto da una patologia che turberà la sua crescita. Questo perché conosci istintivamente una fondamentale verità: possiamo imparare solo attraverso le nostre emozioni.

Questa legge universale non diminuisce il suo valore con l’età. Chi smette di provare emozioni, ha smesso di imparare. Questo non vuol dire che dovremo continuare ad emozionarci sempre per le stesse cose, o a manifestare le nostre emozioni sempre allo stesso modo. Il fatto stesso di lasciarci andare a questo processo, di attraversarlo, di viverlo, ci trasforma. Arriverà un tempo, forse, in cui rompendoci una gamba non proveremo il minimo turbamento emotivo. Forse. Ora, invece, sorgeranno subito pensieri disturbanti: sei mesi di riabilitazione, ripercussioni sul lavoro, costi sanitari, noia, l’appuntamento che avevi stasera con quel bel tipo/tipa, etc. Chi finge di non provare rabbia –  anche una leggera finzione con sé stessi… – perché alla luce della filosofia yoga che ha abbracciato ritiene che non sarebbe opportuno, non è più maturo, si preclude invece un’occasione per maturare.

E allora perché fare yoga, se tanto non cambia niente?

La pratica dello yoga, e l’introversione della coscienza che produce, cambia moltissimo le cose. L’aumento graduale della sensibilità verso i processi interni alla nostra coscienza, e il loro diradarsi come se procedessero in slow-motion, ci permette di cogliere le emozioni nel loro stesso prodursi e manifestarsi. Non dobbiamo in alcun modo intervenire, alterare, arrestare, ma solo osservare. Le emozioni che proviamo saranno ancora più forti, vivide, vere, perché di fatto arriveremo a coglierle sempre più vicino alla loro radice. Tutte le emozioni hanno infatti un’unica radice. Più ci avviciniamo alla radice, più ci sentiamo vivi, ma al tempo stesso non siamo più sopraffatti dalle emozioni, ne siamo attraversati.

Ripeto, cercare di raffreddare in qualunque modo le emozioni non è per niente costruttivo. Anzi, è molto dannoso.

Se le emozioni esistono, è per un buon motivo. Ci sono aree della nostra vita in cui è bene che emozioni fortissime continuino sempre a tormentarci. Se non riesci a commuoverti, piangere e straziarti davanti alla perdita di una persona cara, hai poco da rallegrarti per la tua yogica impassibilità. Stai bloccando tu stesso il flusso emotivo a scopo difensivo. In linea generale, le emozioni non possono essere cancellate o controllate, ma solo negate.

Ci sono, al contrario, altre aree della nostra vita in cui l’eccesso di emotività è un vero disturbo, un difetto di programmazione. Qualunque situazione di emergenza, ad esempio, può essere gestita molto più efficacemente se non ci si lascia coinvolgere nel flusso emotivo, ma lo si incanala in energia operativa mantenendo un punto di vista oggettivo. Questo è vero non solo in casi come un incendio o un terremoto, ma anche circostanze più comuni come un licenziamento, un discorso pubblico, un esame.

In queste situazioni, lo yogi potrà apparire a chi lo guarda come un tipo strano un po’ sganciato dalla realtà. ‘Ma come? hai perso il portafogli e non ti importa niente?’. Oppure darà in escandescenze per un’inezia. Abbandonarsi al flusso emotivo nell’ottica di una crescita emozionale è un po’ come diventare pazzi. Ma è una piacevole, sana follia, ed è molto divertente.

Col tempo, la familiarizzazione con la radice di tutte le emozioni, la Sorgente interiore, permette in sé di distinguere questi ambiti e lasciare che le cose evolvano in modo naturale. Ma solo se non è offuscata da preconcetti morali.

Se si pretende di forzare questo processo in base a schemi astratti su come uno yogi dovrebbe reagire, il processo di fatto si prolunga, si complica, degenera. Ciò che porta a seguire queste prescrizioni è proprio il senso di colpa legato ad emozioni che non sono state sfogate, anche da molto piccoli.

Si finisce così per restare inerti verso il prossimo e la realtà circostante, e trasferire tutto il proprio sentire verso cause lontane o animaliste, tanto più facilmente gestibili… Ma questa parvenza di altruismo, non da nessun giovamento reale né a chi la inscena né a chi gli sta intorno. E col passare del tempo, la situazione non può che peggiorare. È uno spettacolo orribile assistere alla dipartita di qualcuno che ha lasciato molte emozioni irrisolte. Pieno di rimorsi e rimpianti, avvelenato da rancori infantili che non ha mai osato portare alla luce, a cosa gli è valso sembrare tanto saggio?

Chi invece accetta di abbandonarsi pienamente al proprio desiderio, alle proprie paure, al proprio orgoglio, alla propria rabbia, al turbine di queste e altre mille sfumature iridescenti che assume la luce indistinta da cui hanno origine, sarà sempre più strettamente abbracciato da quella luce.

Giunto in prossimità della morte, se avrai liberato il flusso naturale delle emozioni, la vicinanza alla Sorgente sarà tale che tutto ciò che ne resta verrà consumato nell’ardore del suo fuoco. Come ai margini di un buco nero, spazio e tempo saranno divorati nell’orizzonte degli eventi, in cui ogni distinzione perde di senso. Allora tutto è buono assumerà un significato letterale, e ti ricongiungerai senza alcun filtro a ciò che ti ha generato.

*

“Credi in Dio?”

Era una domanda ricorrente quando andavo al liceo, visto il numero di ciellini che popolavano il mio istituto.

“Dipende.” Rispondevo io. “Dipende da cosa intendi con Dio.

Avevo studiato questa risposta in modo da spiazzare l’interlocutore, scavalcando la conversazione rifritta che sarebbe seguita a un semplice no.

In effetti, non sapevo bene neanche io cosa intendessi con Dio, ma odiavo i ciellini e di certo il loro Dio non mi era simpatico. CL, Comunione e Liberazione – la falange giovanile dell’Opus Dei – era ed è una realtà tentacolare e potentissima in Italia, con ben noti agganci politici e istituzionali. Per quanto mi riguardava, era peggio della mafia o del Terzo Reich. Una vera e propria setta del male, i cui appartenenti sembravano essere stati sottoposti a un pesante lavaggio del cervello, finendo per pensare e parlare tutti allo stesso modo. Non c’erano vie di mezzo: o eri dentro o eri fuori. E in base a questo potevi godere di opportunità previlegiate, oppure sgobbare più degli altri trovandoti porte sbarrate senza sapere il perché.

Solo un piccolo pezzo di una realtà più grande. La notizia del giorno è l’ennesimo cardinale beccato a usare fondi destinati ai bambini bisognosi per ristrutturare il suo attico di lusso. Si difende rispondendo che gli altri cardinali hanno case più belle della sua, e non ci vive da solo ma con tre suore… Questo in coda a un ventennio di scandali di abusi e pedofilia, venuti alla luce a migliaia. E il tutto a fronte di una morale intollerante verso la libera espressione della sessualità adulta, che spesso ingerisce sul processo legislativo con ripercussioni su tutti, credenti e non. Molti intellettuali stranieri (Ian MacEwan, Richard Dawkins, Sam Harris fra gli altri) ritengono la Chiesa Cattolica responsabile di genocidio per la propaganda anti-preservativo nell’Africa infestata dall’AIDS. E siamo solo alla storia recente: procedendo a ritroso, incontreremmo i secoli della caccia alle streghe, l’oscurantismo della Controriforma, la violenza delle crociate, guerre scismatiche, conversioni forzate…

Non posso quindi biasimare i miei genitori che, sull’onda della contestazione degli anni settanta, decisero di non battezzarmi. Nonostante ciò, oggi ritengo che questa scelta sia stata il peggior danno che abbia subito nella mia vita: una vera e propria amputazione della coscienza. Per chi nasceva in Italia a quell’epoca, l’inserimento nella Chiesa Cattolica era l’unica opzione possibile in quanto a educazione spirituale. Di fatto, esserne esclusi significava non ricevere alcuna ispirazione religiosa in assoluto.

Quel che è peggio, tutto ciò si andava sovrapponendo alla mia strampalata situazione familiare.

Avevo quattro anni quando mio padre partì per un viaggio di lavoro in Inghilterra, per non tornare mai più. Non ricordo nulla di quel periodo, eccetto la rabbia che ne seguì.

Verso la terza elementare, quando cominciavo a prendere coscienza di ciò che stava accadendo, diventai violento e aggressivo con i miei compagni. Ricordo il maestro che ne parlava a mia madre all’uscita di scuola, e il suo viso affranto. Lei che già stava soffrendo tanto, aveva un altro motivo di pena: il mio comportamento maleducato. Anche quella valvola di sfogo mi era quindi preclusa.

Diventai molle ed effeminato, introverso, silenzioso. Ora i grandi si complimentavano con mia madre: com’è calmo questo bambino. Ero depresso, ma nessuno sembrava accorgersene.

In seconda media, i compagni presero a schernirmi e ad emarginarmi. Mi sembrava che tutti facessero parte di un club a cui non ero stato iscritto. E poiché al pomeriggio gli altri si ritrovavano all’oratorio e io no, mi fissai che quella fosse la causa. Volevo a tutti i costi essere battezzato, fare la comunione e il catechismo come i miei compagni che tiravano petardi alle vecchiette. Forse erano quelle lezioni segrete a dargli tutto quel coraggio?

Tanto insistetti con mia madre, che cedette a consultarsi con mio padre – che all’epoca vedevo sì e no una volta l’anno – sul da farsi.

Ne seguì una telefonata catastrofica. Seduto sul lettone di mia madre, dov’era il telefono di casa, parlai a mio padre di come mi sentivo e cosa volevo fare. Mi disse che non era possibile. Quei preti l’avevano deluso. Sua madre lo aveva costretto a frequentarli da piccolo, e loro gli avevano raccontato un sacco di storie sull’inferno e sul peccato, che più tardi aveva scoperto non essere affatto vere. Tutte frottole per farlo stare buono. Erano dei bugiardi, e lui voleva proteggermi da quella prigione.

Dalla prigione della fede mi voleva liberare, ma della prigione della solitudine, del vuoto nella coscienza di un ragazzo di dodici anni, non gli importava. E me lo diceva a duemila chilometri di distanza. Da un’isola lontana, veniva la sentenza che mi condannava al mio inferno.

Scoppiai a piangere furiosamente, riagganciai il telefono, contorcendomi sulle coperte. E in quel momento di disperazione, feci una cosa che mi avrebbe segnato per tutta la mia vita. Invocai il Signore delle Forze Oscure, promettendogli la mia anima immortale in cambio di un unico favore: non farmi piangere mai più.

Lentamente mi calmai. Aprii gli occhi e mi dissi che sciocco che ero stato, cosa pensavo sarebbe successo? Cominciai a rialzarmi. Con gli occhi ancora velati dal pianto, vidi qualcosa luccicare per terra. Mi avvicinai stentando a credere a ciò che mi stava di fronte: una piccola chiave con l’impugnatura a forma di teschio. La raccolsi e corsi subito da mia madre a chiederle se fosse sua. Mi assicurò di no, non l’aveva mai vista, e non credeva affatto che l’avessi trovata nella sua stanza.

Cercai una catenella e la infilai in una delle orbite del teschio, appendendomi l’amuleto al collo.

In meno di un istante, il mio grande cuore di bambino diventò un piccolo sasso gelato.

*

Da quel momento, i miei occhi non versarono più una lacrima. Nemmeno di fronte agli scherzi e le offese che continuavo a subire dai compagni di scuola. Nemmeno di fronte ai rifiuti delle ragazze che mi piacevano, al sadismo dei professori. Avevo la pelle deturpata dall’acne, ero basso di statura, la faccia gonfia, i capelli indomabili, timido e impacciato, privo di un modello paterno: il bersaglio perfetto di ogni altrui frustrazione. Soffrivo, sapevo di star male, ero molto, molto arrabbiato. Ma non c’era verso che il mio cuore si incrinasse a tal punto da produrre un vero pianto. Tutto era tenuto dentro, gelosamente custodito e raffreddato.

Gli anni passavano, e un giorno mi accorsi di non trovare più la chiave a forma di teschio. Non la indossavo più da un pezzo; la riponevo sempre in qualche cassetto, ma avevo smesso di darle importanza. Tutte le estati soggiornavo a lungo da mio padre in Inghilterra. Lì incontravo ragazzi molto diversi dai miei compagni italiani. Non andavano al catechismo ma erano molto svegli e brillanti, e quando si parlava di questioni religiose dicevano che erano ‘tutte stronzate’. Cominciava a farsi strada nella mia mente l’idea che esistesse un modo di pensare basato su riscontri concreti e dimostrabili, onesti, scientifici; e una mentalità antiquata, credulona, infantile, pronta a dare ascolto a chiunque le sparasse grosse per darsi importanza.

Nonostante ciò, ora che avevo perso la mia chiave, mi sentivo allarmato. Non era tanto l’essere privato della protezione del mio amuleto ad angosciarmi, ma il fatto che a quel punto non avrei più potuto sbarazzarmene.

Come la chiave era comparsa, così era scomparsa. E questo mi incastrava in una situazione senza via d’uscita. Sentivo di aver fatto un pasticcio, di aver commesso una colpa, ma non sapevo verso chi o che cosa. Quali forze avevo offeso, di preciso: Dio? Il Demonio? Entrambi? Esistevano poi questi esseri? O era tutto dentro di me? In qualunque caso, di una cosa ero certo: mi ero cacciato in un inferno peggiore da quello da cui ero fuggito. Non riuscire più a sentire e manifestare il mio dolore non era affatto una condizione desiderabile. Il dolore negato, rendeva impossibile affrontare le cause che lo generavano, tenendomi sospeso in un limbo in cui non stavo né male né bene.

Arrivato alla fine dell’adolescenza, cominciai comunque a sentirmi più leggero. Il corso di filosofia partito in terza liceo mi aveva aperto la mente ad altre possibilità. In Oriente, esistevano religioni che non erano basate su una visione così categorica come quella cristiana. Il Buddhismo, ad esempio, nasceva dalla predicazione di un uomo che non aveva mai affermato di essere imparentato con Dio. Aveva solo lavorato molto su sé stesso, ed era giunto alla conclusione che il dolore non era causato da un’entità malvagia, ma dalla struttura stessa della nostra coscienza, che poteva essere compresa e trasformata.

Mi innamorai selvaggiamente di Shiva, una divinità che sembrava comprendere in sé qualunque possibilità umana: folle e austero, erotico e ascetico, maschio e femmina. La sua rappresentazione suprema, il Mahadeva, era composta di tre volti: uno bonario e sorridente, uno impassibile, e uno adirato. Era chiamato infatti anche Nidhanapati – Signore della Distruzione – suggerendo che il  processo di disgregazione che ci affligge è parte del costante rinnovarsi dell’universo, e non qualcosa di ‘cattivo’. Il problema del Cristianesimo, mi dicevo, è che relegando il male nelle mani di un’entità separata, estranea, esiliata e piena di rancore, di fatto giustifica la malvagità più perversa. E questo spiegava forse il comportamento decisamente immorale di tanti cristiani.

C’erano poi culti legati a tanti Dei, alcuni dei quali strani, surreali, con forme mostruose o animalesche. Sembravano emergere da un mondo onirico, ma questo non era certo un limite: la molteplicità del divino rispecchiava quella della realtà manifesta, e il suo aspetto folle l’anarchia della nostra mente.

In molte culture Sudamericane, gli sciamani assumevano sostanze allucinogene per entrare in contatto con queste forze latenti e potentissime, aprendosi un varco nell’irrazionale che riusciva a guarire molte ferite dell’anima.

Mentre continuavo ad essere fortemente attratto dalla mentalità scientifica, mi andavo così convincendo che anche questa ha i suoi limiti.

Oltre a un certo punto, la ragione non ce la può fare. Esiste un territorio inconscio in cui operano logiche diverse, ma è in qualche modo più reale della realtà. Nella disperazione più nera, solo gli Dei ci possono salvare. Ed è proprio in quello stato di resa incondizionata che sperimentiamo la verità.

Senza gli Dei, ammettiamolo, la vita sarebbe terribilmente noiosa. Pensiamo all’India: più volte mi sono scontrato con l’assurdità di certe credenze, o con l’enorme business devozionale che fiorisce intorno ai templi. Più il luogo di culto è ritenuto importante, più è spessa la cortina dei mercanti di statuette, astrologi e guaritori che bisogna attraversare per arrivarci. Nonostante ciò, che sarebbe l’India senza i suoi templi? Senza i sei milioni di Dei che ne sono la linfa vitale.

E anche pensando all’Europa, e al Cristianesimo che tanto mi indispone: che immensa ricchezza sono le sue cattedrali! Non vorrei mai che venissero distrutte – o trasformate in piscine di lusso come sognavo da adolescente – a favore dell’impero della ragione. Nelle parole di Gesù, ci sono verità che colpiscono quanto qualunque filosofia orientale. Che Gesù fosse o no il figlio di Dio, di certo il suo abbandono al divino gli aveva aperto un’inedita porta cuore dell’uomo. Le sue parole, nella loro rivoluzionaria lucidità, non potevano restare inascoltate, dandogli il potere di trasformare il mondo in un modo che, come tutto, è sicuramente buono.

E le parole, le parole stesse, assurde, sensate, convincenti, chiare o ambigue, non sono che una piccola parte, sono solo ragione. Anche tutto questo mio accartocciato Manifesto, può avere un senso solo perché allude a qualcosa che sta oltre e può essere intuito o ricordato, ma non realmente compreso. Al di là di questo restare aperti a ciò che va oltre la parola, c’è solo un restare sempre all’erta e sulla difensiva, aspettando l’occasione buona per polemizzare. Ci si può arrendere cioè alla ragione o arrendere al cuore.

La ragione può solo rispondere, il cuore ha il potere di accogliere.

Rinunciare al cuore – e quindi anche alla fede, alla magia e a tutto ciò che può sembrare insensato – significa privarsi di un senso non meno prezioso dell’udito o della vista. Significa negare una fetta enorme della realtà perché ci risulta incomprensibile. Peccato che sia la fetta più gustosa, più ghiotta, un vero e proprio godimento sfrenato.

Chi rinuncia a tutto questo, lo fa davvero in nome della ragione?

O lo fa in realtà perché è stato ferito dalla fede?

Il problema della fede non sono gli Dei. Il problema è il potere politico e relazionale che si lega a questo enorme fenomeno psichico. Nasciamo in una fede, o nessuna, e veniamo così esclusi dalle altre. È il rimanere delusi o ammirati di fronte al comportamento di chi parla di Dio e si propone quale suo tramite, che ci allontana dalla fede o la rinforza. Parallelamente, l’evolversi dei nostri rapporti con il contesto familiare che ci ha introdotto a una certa visione religiosa consolida questo sentire.

La nostra fede o il nostro rifiuto per la fede sono frutto della nostra storia personale, non della ragione.

A causa della mia vita incasinata, o grazie ad essa, oggi posso essere ateo e devoto, profeta dell’effimero, leader di culti estinti. Oggi posso scegliere il mio Dio come scelgo una ricetta o un vino o in base al gusto del giorno. Oggi vestirò i panni dello scienziato-teologo, cercando tracce del divino nelle scoperte della fisica quantistica. Oggi mi sentirò più bambino, primitivo, meno riflessivo, e con vera fede mi prostrerò, mi scioglierò, mi arrenderò e invocherò l’abbraccio di Krishna, Rama, Kali, della Grande Madre e della Santa Muerte. Pregare, è questo lasciarsi morire. Morire, e poi rinascere.

*

A 22 anni, di ritorno da un viaggio in Messico, ero sdraiato sul divano di casa e guardavo un documentario sui delfini. Improvvisamente, scoppiai a piangere.

Da lì in poi, la cosa cominciò a ripetersi. Occasionalmente, senza una precisa correlazione con ciò che stava accadendo, l’emozione ricominciava a traboccare e si liberava in un piccolo pianto. Dopodiché, mi sentivo come ripulito, alleggerito. Sempre di più, riuscivo a sentire come stavo in una certa situazione, ad accettarlo e a darmi il permesso di viverlo. Ricominciai a lasciarmi andare, a sognare. Lasciai Economia e Commercio e mi iscrissi a Filosofia.

Oggi il mio cuore è un mandarino dalla buccia molto morbida. Ogni tanto è un po’ rinsecchito, ogni tanto dolce e polposo. Non ho ancora ritrovato la mia chiave a forma di teschio. Non ho ancora riconquistato il mio grande cuore di bambino. Ma se hai avuto l’attenzione, la pazienza e l’amore per arrivare fino in fondo a questo racconto, allora, forse, la mia chiave sei tu.

***

*Non trovo, al momento, un termine migliore di questo per definire il mio personale punto di vista. Non seguo una particolare tradizione tantrica. Ho letto un po’ di testi tantrici antichi che ho capito in minima parte. Ho seguito qualche incontro di tantra con vari maestri orientali e occidentali. Ognuno/a di loro mi ha lasciato qualcosa di importante, ma senza conquistarmi del tutto. Nonostante ciò, sento in qualche modo una connessione profonda con molti elementi a cui il termine tantra è associato: il pensiero antinomico e provocatorio,  l’atteggiamento di tolleranza e accettazione, il riconoscimento del sesso come porta dell’assoluto. Non appena si dice tantra, qualcuno si offende in quanto il vero tantra è quello legato a questa o quella tradizione e tu non sai di cosa stai parlano. Per me tantra e tradizione sono termini inconciliabili. Il pensiero è come l’impasto di una torta. Non appena si smette di impastare, comincia a solidificarsi. Poi viene cotto nel forno dei secoli, e una volta sfornato ecco una deliziosa e fumante ‘tradizione rivoluzionaria’, pronta al consumo. Per tutti questi motivi chiamo almeno per ora il mio punto di vista neo-tantra, termine solitamente impiegato in senso dispregiativo.

**Caso emblematico è quello del Buddha storico, Siddharta Gautama Shakyamuni: il piccolo Siddharta nasce gravato dal più terribile dei fardelli: la madre muore poco dopo il parto. Forse per questo, sviluppa un temperamento mite che mal si adatta alla carriera politica cui è destinato, quale erede di una famiglia di principi guerrieri. Nuovo terribile senso di colpa verso il padre: fin da bambino sa che ne deluderà le aspettative. Divenuto adulto, è comunque costretto al matrimonio regale per generare l’erede regale, con una donna che non ha scelto. All’indomani della nascita del figlio, il vaso trabocca. Non ne può più: scappa nella notte abbandonando tutto e tutti, incaricandosi di salvare l’umanità, tramite anni di severe privazioni. Insomma un perfetto candidato per qualche anno di sana psicoterapia…

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