Da dove viene questa nostra pratica?

Qualcuno dei nostri studenti conosce già molto bene questa storia, altri la ignorano completamente; la maggior parte, probabilmente, ha le idee un po’ confuse. Tutti quanti però, prima o poi, ci siamo fatti questa domanda.

Il video che presento in questo articolo parla dell’uomo che più di ogni altro ha contribuito alla diffusione di questo approccio allo yoga: così intenso, fisico ma rivelatore, autentico ma moderno, rigoroso ma mai noioso – più o meno esattamente come ancora adesso la facciamo a VKM. Oggi vorrei rivolgergli un meritato tributo.

Naturalmente Tirumbalay Krishnamacharya non ha inventato né lo yoga né il vinyasa, le cui origini affondano nella preistoria dell’uomo. Ma in fondo, forse nulla si inventa mai, e il merito dei grandi artisti, saggi, scienziati, è sempre quello di sintetizzare e veicolare un sapere pre-esistente in modo convincente per i propri contemporanei e per le generazioni future.

Chi mi conosce lo sa, non sono incline alla devozione.

La devozione, l’adorazione del guru come incarnazione della divinità, o bhakti, è un elemento molto presente nella cultura indiana, e parte integrante di numerose tradizioni yogiche. Pur rispettando tutte queste tradizioni, ho sempre sentito che questo approccio era troppo distante dalla mia sensibilità e dalla mia formazione per poterlo abbracciare senza riserve. E forse per questo, nel mio percorso di conoscenza dello yoga, mi sono istintivamente avvicinato alla scuola in cui questo elemento era meno presente. “Non dovete glorificare il ruolo del vostro insegnante”, ho sentito più volte ripetere il mio maestro Srivatsa Ramaswami – a mio parere, il più fedele fra i suoi studenti nel trasmettere l’approccio originario di TK – “Dovete rispettarlo, certo, ma semplicemente come una persona che col suo studio e la sua esperienza, ha imparato qualcosa che potrebbe essevi utile”. Anche Desikachar, figlio di TK e fra i principali esponenti viventi della sua scuola, è noto per affermazioni ancora più decise: “Dovete sempre dubitare del vostro maestro. Io stesso ho dubitato del mio maestro…”. Dunque, non è certo per proporre un riferimento di verità assoluta che vi invito a conoscere, e apprezzare, quello che considero non solo uno yogi completo, un filosofo erudito, un padre fondatore, ma soprattutto un vero rivoluzionario.

A volte – anzi, direi sempre – le rivoluzioni si nascondono in luoghi inaspettati, in angoli remoti del mondo. Nella loro potenza trasformatrice, non hanno bisogno di tanto clamore, e passano quasi inosservate. TK può apparire oggi ai nostri occhi come un tradizionalista e conservatore. Di famiglia Brahmaninca (nel mondo Hindu, la casta dei sacerdoti e detentori dell’autorità religiosa), era noto per la sua fervente religiosità, la sua severità inflessibile con gli studenti, e una certa austerità caratteriale. Oggi, molti di noi considererebbero diversi aspetti dei suoi metodi e della sua biografia in qualche modo discutibili. Tuttavia, ogni cosa va riferita al suo contesto, e ciò che TK fece, nel suo mondo doveva apparire a molti come indecente, immorale, eretico: portò lo yoga fuori dai monasteri e dagli eremi dell’Himalaya, e cominciò a insegnarlo a due categorie di persone allora considerate tabù: gli stranieri e… le donne! Ancora più audacemente, negò che per fare yoga fosse indispensabile prendere voti di castità – all’epoca l’opinione corrente, ma ancora diffusa in India… – e ne dette personalmente l’esempio essendo lui stesso un padre di famiglia piuttosto prolifico…

Non so se questo a chi legge sembri molto o poco, ma se non fosse per insegnanti come TK, è probabile che noi semplicemente non conosceremmo lo yoga,  e non potremmo godere dei suoi evidenti benefici.

Oggi, forse, più che mai, nel caos di una società iper-complessa che ci offre troppi modelli accattivanti, entusiasmanti, ma destinati poi a sgonfiarsi nel giro di una stagione, è difficile convincersi che lo yoga non sia solo una moda. Per questo, e per trovare riferimenti stabili che ci sostengano in questo mondo così innaturale, inconsistente, incomprensibile, oltre ai nostri genitori e nonni ‘di sangue’, ne abbiamo bisogno anche ‘di spirito’. Ogni volta che guardo le meravigliose immagini e i video in bianco e nero di TK girati all’inizio del ‘900, non posso fare a meno di commuovermi. Krishnamacharya da giovane, bellissimo, alto, scultoreo, colto e irriverente, doveva essere una presenza davvero impressionante per i suoi contemporanei. Nella vitalità e nell’intensità dei suoi occhi e dei suoi movimenti, mi sembra di scorgere uno spirito di rara autenticità.

Sono convinto che in ogni donna o uomo che offre la propria vita per costruire qualcosa che vale e resta nel tempo, ci sia qualcosa di davvero speciale: una fiamma di purezza e onestà radicale che resta accesa, nel profondo del cuore, fino all’ultimo dei suoi giorni.

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