yogin

Solo negli ultimi giorni, ho letto o ascoltato almeno tre persone lamentarsi del fatto che molte scuole e insegnanti moderni non seguano alcuna tradizione. Insomma che ci sia la tendenza ad inventarsi delle cose, tradendo quello che era lo spirito originario dello yoga.

È curioso come, altrettanto spesso, mi capiti di assistere a persone esasperate dalla tradizione, che non ne possono più di sentirsi dire che devono fare questa o quella cosa perché l’ha detta il tale maestro.

Per esprimere come la penso a riguardo, devo ricordare che nel vocabolario indiano la parola yoga ha un doppio significato: da un lato è un fine (la realizzazione del Sé), dall’altro è un mezzo (tecniche e principi per raggiungere il fine di cui sopra).

In quanto fine, lo yoga non può essere legato ad alcuna tradizione. Se esiste una potenzialità così significativa (conoscere ed esprimere la propria identità assoluta), questa dev’essere connaturata all’essere umano, indipendentemente da dove o quando è nato.

In quanto mezzo, lo yoga non è che uno strumento. Come tale, va valutato per come funziona e non per le credenziali di chi lo ha inventato. Se voglio bere un caffè, il caffè dev’essere buono, e non mi importa se è fatto con una moka napoletana del settecento o una cialda usa e getta (basta che poi ricicliamo la cialda…). Quale lo fa più buono? questo è il punto. Dobbiamo immaginare di assaggiare il caffè bendati e non sapere come è stato fatto. Questo liberarsi da tutte le menate mentali su chi e come è all’origine di una pratica yogica, è a mio avviso l’atteggiamento più yogico che esista. Perché solo così possiamo sentire quali sono gli effetti reali di quella pratica.

Già, fosse così semplice. Di fatto, sappiamo che anche nell’uso di farmaci potentissimi come antidolorifici e sedativi, esiste un effetto placebo che in base alle aspettative di chi lo assume può alterarne radicalmente l’effetto. In questo senso, il portato di simbologia e autorevolezza di una tradizione può essere di grande supporto per ‘attivare’ una certa tecnica, come fungendo da catalizzatore. Di contrasto, può essere invece d’intralcio a chi non vi si riconosca, o peggio chi vi ha inizialmente aderito ma è poi rimasto deluso dai suoi rappresentanti.

Personalmente, ritengo che si debba avere sempre una certa prudenza nell’aderire a una tradizione, specie se rivestita di connotazioni religiose. Quasi sempre, chi lo fa si trova in un momento di difficoltà, e sente la necessità di un approdo stabile a cui ancorarsi. Quando siamo persi e qualcuno ci dà la sensazione di essere al di là di tutto e di tutti (di tutto ciò a cui attribuiamo i nostri problemi) è facile lasciarsi suggestionare, specie se questi è nobilitato da un’antica ascendenza.

Eppure, è innegabile che proprio questo processo di resa, questo abbassamento delle difese, sia la chiave di tutto lo yoga, la sua leva più potente, la sua porta magica. Se non ci facciamo volontariamente ingenui, se non torniamo bambini scardinando ogni schema razionale, come possiamo pensare di penetrare nel nostro inconscio?

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