kicking_fetus

Nelle ultime 10-15 settimane di sviluppo intrauterino, il feto è ormai dotato di tutti gli organi e le connessioni neurali necessari a generare un’esperienza cosciente.
Non ha però nessun bisogno urgente di rivolgere la propria attenzione al mondo esterno. Non deve infatti muoversi e fare alcun lavoro attivo per procurarsi il cibo, non deve proteggersi da un ambiente ostile o cercare rifugio migliore di quello in cui già si trova, e comunque non potrebbe quindi, perché preoccuparsene?
Il suo unico compito, ora, è di completare nel modo migliore possibile il proprio corredo cellulare. Ma questo non richiede alcuno sforzo attivo, è sufficiente restare connessi con quella sorgente interna che già sa come organizzare il lavoro secondo uno schema predeterminato. Fare questo, non significa altro che contemplare l’infinito piacere di esistere, essere uno col Tutto. Un oceano di benessere, pace, godimento ininterrotto, su cui galleggiare in un eterno istante che non ha quasi nozione del tempo.
Ogni tanto, qualche increspatura potrà turbare il delicato equilibrio – un sussulto della madre, un suo malore o una sostanza indigesta – ma ogni alterazione è presto riassorbita in modo automatico ed efficiente per ripristinare le condizioni ideali: temperatura perfetta e costante, ambiente tattile privo di qualunque durezza (angoli e spigoli sono inimmaginabili!), la gravità attenuata dal denso liquido amniotico. Ma soprattutto: le sostanze nutritive non sono qualcosa che prima esiste nel mondo al di fuori di sé, e va poi conquistato e ingerito, ma sono direttamente presenti nel proprio sistema corporeo secondo necessità. Non vi è quindi alcuna ragione di postulare una differenza fra ‘ciò che sono io’ – il soggetto – e ‘ciò che non sono io’ – l’oggetto. Il desiderio, che nasce dalla separazione fra soggetto e oggetto, è al momento inconcepibile, perché non c’è nulla che manchi.
Questa esperienza, per quanto ci sembri lontana, impensabile, irreale, è comune a tutti noi. Tutti, per quanto diverso sia il nostro aspetto, il nostro carattere e la nostra storia personale, siamo sicuramente passati di lì…
…e lì tutti desideriamo costantemente, ardentemente tornare. Questo è quanto affermano con convinzione e prove sperimentali la psicologia e la neurologia moderne. Ma in fondo, non è ovvio? Come darci torto? A confronto di quella dolcezza, qualunque gratificazione potremo trovare nella vita sarà almeno in parte insoddisfacente. Ma c’è un’altra domanda: tornarci, è possibile?
Secondo lo yoga, sì. Quella condizione sublime, per quanto dimenticata a livello cosciente e inaccessibile in condizioni normali, è sempre presente dentro di noi e per tutta la vita fornisce le fondamenta di ciò che siamo.
SAMADHI, la parola sanscrita che più di ogni altra esprime il fine ultimo dello yoga, significa appunto ritornare (adhi) a sé stessi (sam).

Torna al blog

 

Leave a reply