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Ricordo il giorno in cui lasciai Milano.

Avevo concordato un passaggio fino a Zurigo con qualcosa tipo blablacar dell’epoca, ma tutto gestito via fax. Poi, me la dovevo cavare.

Mi feci lasciare a un parcheggio di camion, sperando di trovare un passaggio per Parigi, invece arrivai solo fino a Strasburgo.

Era sera, mi fermai all’ostello e conobbi subito qualcuno con cui uscire a fare un giro in centro e cenare. Era un ragazzo americano forse neanche ventenne, capelli corti, tarchiato.

Ci sedemmo sulla terrazza di un fast food che c’era ancora piena luce, un vento leggero.

Che bellezza. Libertà.

Ora ero davvero solo e al centro esatto del mondo, dell’universo. Quel centro si muoveva con me ovunque andassi.

Mentre aspettavamo gli hamburger, ci portarono i drink che nel mio caso era una pinta di birra gelata, con quel colore ambrato, le goccioline e un pollice di schiuma.

Mi accesi una sigaretta e cominciai a sorseggiare.

“Fumi prima di mangiare?” mi chiese l’americano. Era stato sei mesi a fare un internship gestionale in qualche base militare tedesca.

“Non ti rovina il gusto?”

“Non ci avevo mai pensato.” Dovetti ammettere. E cominciai a pensarci.

“Vedi,” continuò “il fumo anestetizza le papille gustative, per cui praticamente non sentirai più il sapore del tuo hamburger. Forse sentirai il 10 o il 20% al massimo. Inoltre chiude lo stomaco riducendo l’appetito.”

Aveva senso, non c’erano dubbi.

“Però con la birra ci sta. A proposito, tu solo Coca Cola?”

I don’t need beer. Beer needs me”.

 

o

 

Il giorno dopo, sul presto, mi avviai verso la periferia di Strasburgo e cercai un parcheggio di camion. La sera ero a Parigi.

Il camionista mi aveva scaricato all’aeroporto e dovetti prendere un pullman per la città.

Mentre ero su quel pullman, e attraversavo le strade della ville come se le vedessi per la prima volta, decisi che sarei diventato vegetariano.

Era il 1994 e il mondo era in pieno rigetto dell’edonismo anni ’80. La musica era grunge, e indie, e alternative, il cibo era organic e il sesso era queer. Tutto veniva messo in discussione, ribaltato. C’era fermento nell’aria e una tribu di viaggiatori vagabondava senza sosta da un rave all’altro, da un ostello all’altro, fermava treni carichi di sostanze tossiche e passava i pomeriggi nei cyber café.

Ci sentivamo gli eredi diretti degli hippies degli anni ’60, ma senza quella fede cieca nella rivoluzione. Degli anni ’60, ci portavamo dentro anche l’amarezza della sconfitta. Nel profondo del cuore, sapevamo che cambiare il mondo sarebbe stato molto difficile, estremamente improbabile, e che in fondo tutto quanto era poco più di una posa, un anelito di libertà senza un senso preciso, la voglia di un altro modo di divertirsi, con una vena pulsante di decadenza. Più che un alba, un tramonto.

Proprio per questo credo, ci si cominciava a lasciare ossessionare da particolari insignificanti, cazzate marginali che però, senza alcun obbiettivo più ampio da condividere, diventavano il Santo Graal.

Primo fra tutto: il cibo.

Prima c’erano stati gli Smiths, con quel video del macellaio in bianco e nero che sembra un boia nazista intento a squartare corpi umani. E così una generazione di ragazzine sovrappeso, smorte, mosce, ma terribilmente incazzate col papà e con un certo caratterino, che insieme al rossetto nero riusciva metterti tanto a disagio. Mi ero anche innamorato di un paio di queste vampire, che frequentavano il Leoncavallo di via Leoncavallo, ma non ero mai stato ricambiato in quanto politicamente immaturo.

Ma adesso sì! Sarei stato vegetariano ank’io! E questo mi avrebbe reso più sexy, più efebicamente lontano dal maschio primitivo, carnivoro, muscolare, così rozzo e demodé. Sarei stato uno che aveva capito qualcosa oltre la massa, oltre i padri, uno che aveva una causa, magari era anche buddhista, uno che era disposto a fare dei sacrifici personali per il bene della terra e di tutte le creature viventi.

Indubbiamente, ci sono tante valide ragioni morali e logiche per essere vegetariani, ma questo senso di importanza di sé è di sicuro la migliore di tutte.

 

o

 

Funzionò.

Non avevo mai scopato così tanto come in quel periodo.

C’era un ostello, a Londra, dove rimasi quasi un mese. Un vero porcaio, sporchissimo e infestato da armate di bedbugs. La mattina, a colazione, aveva luogo un rituale concorso a chi aveva il corpo più ricoperto da chiazze di puntini rossi. In alcuni casi si arrivava al 60 o 70%.

Gli Australiani ne andavano matti, ma c’erano anche Marocchini, gente dell’Est Europa (Ah sì, il Muro di Berlino era caduto da meno di 5 anni…), insomma di tutto.

Beh, io stavo in una stanza lunga e stretta, buissima, con tre bunkbeds sfondati e un sacco di zaini buttati per terra. Non avevo neanche un letto fisso. In quello che trovavi libero la sera quando rientravi, ti ci mettevi.

Però c’era sul fondo una porta finestra che dava su un enorme terrazzo vittoriano. Ogni stanza ne aveva uno e confinavano l’uno con l’altro.

La sera, non c’era alcun bisogno di decidere che fare o preoccuparsi di nulla. Sicuramente nella stanza ci sarebbe stato un riciclo di backpackers, che si sarebbero manifestati dalle 6 alle 7 pm dopo aver passato la giornata a visitare la città.

Prendevo una birra al distributore, uscivo sul terrazzo, e mi godevo il passaggio sulla strada secondaria di Chelsea, con qualche albero sparso, un off-licence pachistano, e la luce rosa del tramonto inglese.

Con una puntualità sconvolgente, poco dopo usciva una backpacker austriaca, americana, israeliana. Si era appena fatta la doccia, e aveva ancora i capelli bagnati e indossava una camicetta leggera, setosa, un po’ sbottonata, che lasciava intravedere un cuoricino tatuato sul seno.

A volte, avrei voluto dovere aspettare di più, godermi il vorticoso vociare dei passanti, il signore distinto col dalmata, il buio. Avrei voluto che occorresse più di qualche secondo per sapere che tutto era già deciso.

Invece, si cominciava a parlare di cibo, e appena veniva fuori che eravamo tutti e due vegetariani, era chiaro che avremmo scopato.

Perché eravamo così simili, così evoluti, così puri e meritevoli di una piacere semplice e rispettoso dei reciproci confini e della reciproca sensibilità.

A volte lo facevamo in qualche angusto anfratto dell’ostello, una stanza deposito piena di reti, una rampa di scale secondarie, un bagno. A volte ci sdraiavamo in un parco e aspettavamo che chiudesse, ma verso la mezzanotte l’erba si ricopriva di rugiada gelata e l’umidità ti rompeva le ossa. Altre volte, ce ne fottevamo e lo facevamo nel bunkbed, che però era sfondato e rendeva impossibile qualunque movimento pelvico decente.

 

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Era bello esser vegetariani così.

Era sano, spiritoso e simpatico.

Un giorno, però, mi imbattei per caso in un articolo. Il titolo era L’Ortoressia è una Malattia. Era scritto in prima persona e riferiva l’esperienza dell’autore in una comunità agricola della California del Sud.

I membri della comunità erano tutti brave persone, convinti ecologisti e con le migliori intenzioni di fondare una società basata su valori più nobili e avanzati.

Producendo internamente tutto il cibo che veniva consumato, gran parte del tempo era dedicato a lavorare la terra e a decidere quali sementi coltivare e con quali tecniche. Essendo tutte persone alternative e con convinzioni politiche e culturali radicate e radicali, esistevano però anche altri presupposti riguardo allo stare insieme in quel luogo. Si coltivava, oltre alla terra, un’etica di condivisione, di pace e di ricerca interiore, che avrebbe dovuto essere la premessa di una maggiore realizzazione personale per ogni membro.

A dire dell’autore, però, questa promessa di felicità era disattesa dalla vita nella comune. E uno dei motivi era proprio l’ossessione per il cibo, per cosa e come doveva essere prodotto e consumato, in una regolamentazione che finiva per fagocitare ogni altro principio rendendolo secondario o inconciliabile. Nella comune non tirava una buona aria, e la missione salvifica di cui ognuno si sentiva investito generava continui conflitti e isterismi.

Nel punto culminante dell’articolo, l’autore descriveva l’istante in cui si era accorto che da qualche ora, tutto il suo interesse era rivolto a un unico pensiero: un avocado. Aveva puntato un avocado nel cesto della frutta fresca, lo aveva collocato accanto a frutti che avrebbero favorito la sua maturazione, e stava aspettando il momento perfetto per mangiarlo. Allo stesso tempo, però, era terrorizzato dall’idea che qualcuno avrebbe potuto prenderlo prima di lui, magari anticipandolo di un secondo, e di quanto si sarebbe sentito svuotato e furioso se ciò fosse accaduto.

Capì che qualcosa non andava. Cominciò a rievocare tanti piccoli particolari insensati della sua vita di quegli anni, e decise di lasciare la comunità e cercare un nuovo percorso.

 

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