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Chi ha detto che lo yoga è uno solo? È uno di quei tormentoni yogici, nel senso che sappiamo bene quale mostruosa proliferazione di scuole, nomi, stili, maestri con i loro copyright e brevetti esistano oggi in circolazione. Quindi quando si dice che ‘in realtà lo yoga è uno solo’, si intende che al di là delle etichette e delle tecniche superficiali, l’obiettivo dello yoga è uno solo: cioè un qualche tipo di ‘unione’, diciamo dell’anima individuale (atman, jiiva, purusha) con l’Assoluto (Brahman, Shiva, Ishvara). Questa è una versione un po’ semplificata della storia, ma molto popolare e accreditata: diamola per buona. Ebbene dovete sapere che anche accettando questo obiettivo come meta suprema dello yoga, esistono comunque due vie dello yoga. E non sto parlando di scuole o tecniche diverse, ma di una distinzione netta e molto radicata nella realtà indiana. Questa distinzione è a mio parere convalidata dal buon senso, e il fatto che la troviamo chiaramente espressa nella tradizione indiana è dovuto alla fortissima attrazione di questa cultura per la ‘ricerca interiore’, che ha portato a una doverosa regolamentazione della società. Secondo questa visione, esistono quattro scopi nella vita di ogni individuo: dharma, artha, kama e moksha.

Per dharma, possiamo intendere l’‘agire per il bene comune’.

Artha, è l’azione per il benessere individuale, che comprende l’accumulo di ricchezza e la creazione di una famiglia.

Kama è la soddisfazione dell’impulso sessuale (da cui i famosi Kama-sutra), e include la sfera sentimentale e relazionale.

Fin qui, non siamo così lontani da schemi comuni anche alla nostra cultura. Esiste però un quarto scopo, che invece è tipicamente indiano, strettamente pertinente allo yoga, e quindi dobbiamo capire.

Moksha, ossia ‘liberazione’, è la conclusione del viaggio cosmico di un’anima incarnata, che consiste nella completa estinzione del proprio coinvolgimento nelle faccende mondane, e quindi un riassorbimento nella coscienza assoluta e priva di distinzioni individuali.

Come saprete infatti, secondo l’induismo ogni ‘anima’ non vive una sola vita ma tante, trasmigrando da un corpo all’altro alla morte in una lunga catena di esistenze interconnesse. A questo processo è legato il principio del karma, ossia il meccanismo secondo cui le conseguenze delle azioni precedenti determinano le nostre attuali esperienze, che queste siano avvenute nella vita presente o in una passata.

Nell’ultimo articolo si era parlato di vairagya, ossia il distacco dalle passioni, l’indifferenza, la dissociazione emotiva, come una delle colonne portanti dello yoga. È difficile comprendere questo e altri elementi dello yoga senza considerare che proprio moksha (chiamata in quest’ambito kaivalya, ma è la stessa cosa) è l’obiettivo finale dello yoga stesso. Nell’ambito della cultura indiana, cioè, lo yoga e qualunque sua tecnica e aspetto (posizioni, respiro, alimentazione, etc.) ha quale meta suprema l’esaurimento del proprio karma e l’abbandono del ciclo di morte e rinascita (samsara) a favore di una condizione di beatitudine disincarnata (nirvana).

Ciò che spesso si tralascia di dire, però, è che moksha viene considerato l’obiettivo finale non solo dal punto di vista del valore, ma anche in senso temporale. La liberazione, cioè, è prevista solo nell’ultima fase della vita, che coincide con la vecchiaia ossia ‘quando i figli dei propri figli hanno avuto dei figli…’.

Sono convinto che questa separazione e ordinamento degli scopi della vita sia dovuta a un elemento problematico intrinseco allo yoga: se la suprema meta spirituale coincide con il massimo distacco dal mondo, santi e illuminati sono un flagello per la società. Gli antichi abitanti dell’India, cioè, si resero conto che il genere umano non può prosperare e al tempo stesso rincorrere paradisi ultraterreni. Gli yogi a tempo pieno non producono nulla di commestibile, sono un peso per tutti gli altri, e di conseguenza la scelta di dedicarsi interamente alla propria ricerca interiore è (in generale) ammessa solo una volta esauriti tutti gli altri doveri verso la collettività.

D’altra parte, è anche vero che sembra un po’ limitante permettere il perseguimento dello scopo supremo solo a una manciata di arzilli vecchietti. Esiste quindi da tempo immemore la possibilità, per chi si senta fortemente motivato in tal senso, di anteporre precocemente moksha a qualunque altro obiettivo tramite l’istituzione del sannyasa: il voto di rinuncia. Chi adotta il sannyasa diventa sannyasin, rinunciando ai comuni obiettivi e valori mondani: carriera, proprietà, vita coniugale, etc. per dedicarsi a una vita semplice e vagabonda, spesso adottando le vesti arancioni come segno del suo status. [Attenzione! In occidente vengono spesso chiamati sannyasin i seguaci del guru Osho, ma sappiate che in India sannyasin sono i seguaci di qualunque guru che abbiano fatto voto di rinuncia].

Quindi? Questo vuol dire che lo yoga è adatto solo a chi ha rinunciato per età o per scelta a ogni altra aspirazione nella vita? Ma certo che no! Quei furboni dei maestri di yoga, accorgendosi che così avrebbero perso gran parte dei propri seguaci, hanno trovato un escamotage non privo di assennatezza: distinguere due vie nello yoga. Queste due vie vengono solitamente chiamate ‘cammino del coinvolgimento’ e ‘cammino della cessazione’. Secondo quanto afferma il maestro indiano Kripalvananda nel suo testo Revealing the Secret:

Ci sono due vie – coinvolgimento e cessazione. La via del coinvolgimento (l’incoraggiamento delle tendenze mentali) è per la società comune, e la via della cessazione (la terminazione delle tendenze mentali) è per persone straordinarie, meravigliosamente dotate. Seguendo la prima via, l’aspirante che desidera soddisfare i propri desideri raggiunge un’azione etica, il successo mondano, e il piacere. […] La seconda via, la via della cessazione, è la via della liberazione (libertà). Attraverso la corretta pratica di questa via, la forza evolutiva (kundalini) è risvegliata nella sua forma piena, terribile e insostenibile.

Dunque nelle intenzioni degli yogi, tutte le tecniche fisiche e mentali che lo yoga ha elaborato e proposto nei millenni possono essere rivolte a due scopi ben distinti: prosperità, successo, salute, piacere e benessere materiale da un lato; austerità, rinuncia, ascetismo e liberazione dai vincoli della carne dall’altro. Ma ditemi voi: questa cosa vi era chiara? Negli anni, non ho incontrato che pochissime persone che avessero lucidamente colto questo passaggio, e temo che questo sia motivo di una certa confusione e malessere per molti praticanti di yoga. È bene precisare infatti che accanto alla distinzione riguardo agli scopi, esiste anche una differenza di mezzi. E tecniche e metodi yogici adatti a uno scopo non sono assolutamente indicati, e anzi possono rivelarsi dannosi o fatali nella ricerca dell’altro.

E tu? Ti sei mai chiesto qual è la via adatta a te? Sai quale segue il tuo maestro e quale ti sta proponendo? Sei consapevole del tuo percorso di consapevolezza?

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1 Comment

 

  1. oneda marasi
    10 febbraio 2016  14:36 by oneda marasi

    Si,! tante volte mi sono chiesta quale sia la vita adatta a me, e se e quanto io sia consapevole della responsabilità nei confronti di questa stessa vita.....Con estrema riconoscenza ad una casualità fortunata ho goduto di obiettivi raggiunti forse facilitati, date le mie condizioni sociali, senza escludere, comunque un estremo impegno mentale, psicologico, morale (dati la mia cultura, la mia educazione, i miei principi etici e morali ), e non escludo la messa in conto anche di un estremo impegno fisico,(data la mia scelta professionale). Quindi, forse, ho provato a conoscermi e a capirmi in un continuo e necessario adempimento degli scopi Dharma, Artha e kama , in un altalenante realtà di successi e profonde sconfitte, nella sorpresa-non sorpresa di assenza totale di coinvolgimento, evento inconsciamente voluto e pericolosissimo, in cui non esiste più il vitale rispetto della vita, la propria vita. La rinascita alla vita, mora, bionda, buio, luce, riscoprendo in te qualcosa di più, qualcosa di aggiunto e conquistato che lascia alle spalle lo specchio di squilibri tra il desiderio, l'impegno, la conoscenza di se ed il coinvolgimento....guardandolo, ormai da spettatrice. Allora, forse il Karma..., prima, ora e ancora e ancora!!!!!! Moksha...ognuno di noi, in modi piccoli, anche apparentemente invisibili è proiettato inconsapevolmente verso questo obiettivo.Credo che sia comune e della propria verità più intima e profonda, il riconoscere la propria immaturità e costante fatica nel chiedersi della propria consapevolezza nei confronti di se stessi. Pratico yoga, ormai da quasi tre anni, ed è per me una costante e continua scoperta e ricerca delle mie risposte, forse nei confronti del coinvolgimento esterno a me, ma soprattutto nei confronti di me stessa e dei miei equilibri....senza competizione, senza forzature, senza obiettivi di riscontro esterno ( anche questo aspetto delle mie aspettative in genere lascia sempre di più lo spazio all'altro di esserci, nel bene e nel male ).Tutto questo indipendentemente da ovvi gratificanti consensi o meno. Il mio maestro quale scopo insegue per se stesso e quale mi sta proponendo? Ancora non so.....lo seguo e lo inseguo con la mente, cercando di ascoltare e comprendere e adattare il mio stato di benessere imprescindibile, e credo che se ciò risulta sempre più fluido e naturale allora pratichiamo yoga insieme....

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